Storia del Campo Auschwitz Birkenau

Storia del Campo Auschwitz Birkenau

Auschwitz - Breve storia del campo

Il campo fu fondato nel 1940, inizialmente come strumento di terrore e di sterminio dei polacchi. Poi i nazisti iniziarono a deportarvi gente da tutta Europa, principalmente ebrei provenienti da stati diversi, ma anche prigionieri bellici, politici e zingari. Nel 1939 la città di Oswiecim e le località situate nei suoi dintorni furono annesse al Terzo Reich. Già verso la fine del 1939 nell’ufficio del comando supremo delle SS e della polizia a Wroclaw era nata l’idea della creazione di un campo di concentramento. La proposta di creazione di questo campo fu motivata con l’affollamento delle prigioni esistenti in Slesia e con la necessità di condurre una nuova ondata di arresti di massa. Alcune commissioni, a tal fine appositamente scelte, iniziarono a cercare un posto adatto all’installazione del campo. La scelta cadde sulle caserme prebelliche abbandonate di Oswiecim. Esse si trovavano fuori dal centro abitato e ciò dava la possibilità di ampliare e isolare le costruzioni. Aveva peso anche il fatto che Oswiecim disponesse di una buona rete di comunicazioni, essendo un importante nodo ferroviario. L’ordine di fondazione del campo fu emanato nell’aprile del 1940. Rudolf Hoess ne fu nominato comandante. Il 14 giugno 1940 la Gestapo condusse i primi prigionieri ad Auschwitz: 728 polacchi provenienti dal carcere di Tarnòw. All’inizio, nel campo erano presenti 20 edifici; negli anni 1941-1942, con il lavoro degli internati, fu aggiunto un piano a tutti gli edifici col solo pianterreno e furono costruiti altri 8 nuovi edifici. In tutto, il campo disponeva di 28 edifici di un piano (senza contare le cucine e le baracche dell’amministrazione). La quantità media dei detenuti oscillava tra i 13.000 e i 16.000, superando, una volta sola, nel 1942, i 20.000. I prigionieri erano alloggiati nei blocchi, sfruttando anche le soffitte e i seminterrati. Parallelamente all’aumento del numero degli internati aumentava l’area territoriale del campo, che si trasformò in un enorme complesso di sterminio. Il campo di Oswiecim (Konzetrationslager Auschwitz I) divenne il campo madre (Stammager) per tutta la rete dei nuovi sottocampi. Facevano parte del complesso i 2 lager principali Auschwitz II – Birkenau e Auschwitz III – Monowitz e 39 sottocampi di lavoro, collocati per lo più nelle vicinanze di fonderie, miniere e fabbriche che sfruttavano i detenuti quale manodopera forzata. Nel novembre 1944, per paura dell’avanzata dell’Armata Rossa, Himmler ordinò di cessare le esecuzioni nelle camere a gas e lasciò demolire sia le camere a gas stesse che i forni crematori allo scopo di nascondere le prove del genocidio. A quell’epoca, ad Auschwitz erano stati uccisi oltre 1 milione e mezzo di persone. In totale furono deportate ad Auschwitz più di 1 milione e 300 mila persone. 900.000 furono uccise subito al loro arrivo e altre 200.000 morirono a causa di malattie, fame o durezza del lavoro. Il 27 gennaio 1945 il campo fu liberato dalle truppe sovietiche. La prima armata che entrò nel lager fu la LX Armata del Primo Fronte Ucraino. Vennero trovati circa 7.000 prigionieri ancora in vita.

Birkenau (Auschwitz II) - Breve storia del campo

A circa 3 km di distanza dal campo di Auschwitz I si trovava il campo Aushcwitz II – Birkenau, costruito nell’area del paese di Brzezinka. Qui in una superficie di circa 175 ettari furono costruite più di 300 baracche. Se ne sono conservate quasi per intero 45 in muratura e 22 in legno. AI posto delle baracche distrutte sono rimasti oggi solo i camini e i contorni dei luoghi dove sorgevano. Le dimensioni del campo, circondato per intero da filo spinato elettrificato e suddiviso in più settori, erano di circa 2,5 km per 2 km. Birkenau divenne operativo il 7 ottobre 1941, inizialmente come campo per i prigionieri di guerra russi catturati in gran numero durante le prime fasi dell’invasione tedesca. Degli oltre 13.000 deportati russi di questi primi trasporti, solo 92 erano ancora vivi il 27 gennaio 1945, giorno della liberazione. I detenuti nell’agosto del 1944 erano, nel complesso, 100.000. Le piaghe del campo erano la mancanza d’acqua, le disastrose condizioni igieniche e l’enorme quantità di topi. A Birkenau i nazisti costruirono la maggior parte degli impianti di sterminio: 4 crematori con le camere a gas, 2 camere a gas provvisorie site in case contadine convertite a tal uso, fosse e roghi. Poco prima della liberazione del campo, le SS cercarono di nascondere le tracce dei loro crimini facendo saltare i crematori e bruciando le baracche del settore Kanada.

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Le origini
Situato lungo la linea di raccordo fra le popolazioni slave e tedesche, il villaggio di Oświęcim nasce agli inizi dell’XI secolo (il primo documento scritto che lo menziona risale al 1178) con la cristianizzazione della Slesia; il nome stesso, derivato dall’antico polacco “święty” che significa “santo”, rimanda appunto a questa circostanza.
Successivamente, dalla metà del 1200, incominciano a installarsi coloni tedeschi richiamati dai sovrani polacchi della dinastia Piast. La colonizzazione di queste terre corrispondeva al desiderio dei sovrani polacchi di mettere a coltura le terre, di raffinare la cultura slava mediante nuovi ordinamenti sociali, giuridici ed economici e, quindi, rafforzare il loro potere.
La città, favorita geograficamente dalla confluenza fra i fiumi Vistola e Sola, divenne ben presto un centro commerciale, sede di tribunale e capoluogo di un omonimo ducato.
Nel corso dei secoli Oświęcim cambiò ripetutamente la sua appartenenza politica: nel 1348 fu inglobata nel Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca, e il tedesco s’impose come lingua ufficiale. Tuttavia, con la prima grande crisi agricola del Medioevo, verso la metà del XIV secolo, il movimento colonizzatore tedesco si arenò; anche le guerre con gli hussiti contribuirono a porre fine alla migrazione verso l’est e, sotto la dominazione boema, la lingua ufficiale di Oświęcim divenne il ceco. Nell’anno 1457, il ducato tornò sotto la dominazione della corona polacca, però conservò provvisoriamente il diritto slesiano prima di passare definitivamente, nel 1565, fra i possedimenti feudali dei re di Polonia.
Quando nel 1772 la Prussia, la Russia e l’Austria smembrarono lo Stato polacco e l’Austria si annetté i territori situati fra la Biała a ovest e lo Zbrucz a est, comprese le metropoli commerciali e culturali di Cracovia e di Leopoli, anche Oświęcim passò sotto la sovranità austriaca. Il tedesco ridivenne lingua ufficiale, la città fu chiamata «Auschwitz» e fu compresa nel nuovo regno di Galizia e Lodomeria dell’impero asburgico. Nel quadro della nuova revisione dei confini di spartizione sancita dal Congresso di Vienna nel 1815 – il secondo smembramento della Polonia nel 1793 e il terzo del 1795 non avevano comportato conseguenze per la città – Oświęcim fu assegnata alla Confederazione germanica e fece parte di questa comunità federale di Stati fino alla sua dissoluzione nel 1866. Da allora la città rimase assoggettata agli Asburgo fino al crollo della monarchia nel 1918: l’imperatore d’Austria ebbe fino alla fine, fra numerosi altri, anche il titolo di «duca di Auschwitz».1
Attratti dalle strade commerciali che l’univano a Leopoli, Cracovia e Breslavia (Wrocław), gli ebrei si insediarono nel territorio dell’Alta Slesia nel X e nell’XI secolo. La prima testimonianza scritta della presenza di ebrei ad Oświęcim risale solo al 1457, tuttavia la città era stata già dall’XI secolo meta di vari passaggi e soggiorni di ebrei che scappavano dalla Germania a causa dei violenti Pogrom scatenati contro di essi dai crociati.
Nella città, a differenza di quanto avveniva nel resto del paese2, non esistevano norme che vietassero agli ebrei la residenza e l’esercizio dei mestieri. I cattolici non scatenarono pogrom né si abbandonarono a esecuzioni sommarie, non rinchiusero gli ebrei in un ghetto né li cacciarono fuori dalle mura cittadine. Il loro numero era ancora relativamente ridotto, circa 130.
L’Austria, contrariamente alla Prussia, lasciò corso relativamente libero alle popolazioni polacche della Galizia che ottenne, con lo statuto d’autonomia del 1866, vasti diritti di auto amministrazione. Polacchi subentrarono ai funzionari pubblici austriaci e la lingua polacca fu di nuovo accolta nel sistema amministrativo e scolastico. Oświęcim riottenne la sua originaria denominazione polacca.
In questo “buon tempo austriaco”, la comunità ebraica, finora povera ed insignificante, crebbe notevolmente sotto il profilo demografico ed economico. Cadute le limitazioni di accesso alle professioni, gli ebrei si affrancarono dall’antica funzione mediatrice tra lo stato feudale e la popolazione agricola; ottenendo piena equiparazione civile e giuridica poterono contribuire autorevolmente alla vita politica, economica e culturale della città.
Mentre la Polonia rimaneva un territorio rurale, con la maggioranza della popolazione dedita all’agricoltura e in cui predominavano la sottoccupazione e l’aperta miseria, Oświęcim divenne col tempo una città prospera grazie alla vicinanza della zona di recente industrializzazione dell’Alta Slesia. Il processo di industrializzazione si accelerò rapidamente quando, nel 1856, la città divenne località di sosta del traffico ferroviario. Grazie alla sua collocazione fra l’area carbonifera attorno a Katowice-Dombrowa e quella industriale di Bielitz, Oswiecim si sviluppò verso il 1900 sino a diventare un importante nodo ferroviario, con tre linee delle ferrovie austriache settentrionali Kaiser Ferdinand che portavano direttamente a Cracovia, Katowice e Vienna.
La maggioranza dei suoi abitanti non è cattolica di lingua polacca, ma ebraica di lingua yiddish-tedesca: nel 1867, infatti, gli ebrei sono 1.447, ovvero il 51,8% del totale, mentre i cattolici solo 1.345.
I cattolici di Oświęcim rimasero attaccati alle occupazioni agricole, mentre gli ebrei si dedicarono alle libere professioni, soprattutto a quelle connesse con le attività industriali. Molti divennero imprenditori e fondarono a Oświęcim e dintorni banche e fabbriche. Alcuni si avventurarono nella creazione di industrie chimiche e di aziende manifatturiere nei più moderni rami dell’industria.
In conseguenza dello sviluppo economico avviene un’esplosione demografica tale per cui la sua popolazione passa a quasi 10 mila unità alla vigilia della prima Guerra mondiale, con gli ebrei sempre in maggioranza – 56,2% nel 1914.
Gli ebrei possono parlare con orgogliosa autoconsapevolezza di una «Gerusalemme di Oświęcim», partecipano alla vita municipale connotata da cooperazione ed autolimitazione, gli ebrei rimangono prevalentemente ortodossi e hassidìm, i matrimoni misti sono quasi inesistenti e numerose sono le associazioni sioniste. Agli israeliti fu riservata la carica di secondo borgomastro, mentre primo borgomastro fu stabilmente un cattolico.
Il numero dei tedeschi e degli abitanti di origine tedesca di Oświęcim era insignificante, non esistevano nella zona scuole tedesche, comunità ecclesiali, associazioni o giornali tedeschi.
Con la crescita dell’industrializzazione, Oświęcim, all’estremità occidentale del paese, si trovò al centro di un forte movimento migratorio, divenne luogo di transito di migliaia di emigranti che cercavano lavoro stagionale nei vicini territori tedeschi della Slesia e della Prussia; i cosiddetti Sachsengänger, “quelli che vanno in Sassonia”. La collocazione in prossimità del confine e gli spostamenti migratori imposero la costruzione di un campo – lager – specifico: il campo di sosta per lavoratori stagionali, con tanto di ufficio regionale di collocamento. Nell’ottobre del 1916 il consiglio municipale deliberò la cessione al governo imperial-regio di un’area situata a circa tre chilometri dal centro storico, e un anno dopo la colonia per emigranti e lavoratori stagionali era stata costruita. Non vi furono invece erette caserme, benché Oświęcim divenisse poi durante la prima guerra mondiale base strategica e centrale militare dell’ esercito austriaco; località di dislocazione delle truppe fu invece Wadowice distante circa 15 chilometri.3
Il lager per stagionali, che poi i nazisti trasformarono in campo di concentramento e sterminio, al suo esordio consisteva di 22 edifici in muratura e di 90 capannoni di legno, capaci di accogliere 12.000 lavoratori in attesa di collocamento.
Con la fine della 1a guerra mondiale, Oświęcim tornò a far parte dello Sato polacco e cessando la necessità della funzione di smistamento dei lavoratori il campo fu impiegato per l’accoglienza dei profughi provenienti dai territori che il Trattato di Versailles aveva assegnato alla Cecoslovacchia. Su una parte i profughi allestirono un villaggio con scuola, cappella e teatro, nacque un quartiere che fu chiamato “Oświęcim III”, dopo la città vecchia e il moderno quartiere della stazione ferroviaria, un’altra parte fu occupata dal monopolio dei tabacchi, mentre il settore maggiore fu requisito dall’esercito polacco.
Uno dei problemi più difficili del nuovo Stato polacco fu quello della determinazione dei suoi confini. Nel 1918 scoppiò l’insurrezione nella Polonia Magna, che, dopo accaniti combattimenti con i tedeschi, portò, nel 1919, la regione di Poznan ad essere inclusa nel territorio polacco. Il Trattato di Versailles decise che la Polonia avrebbe ricevuto anche la Pomerania, ma Danzica sarebbe rimasta autonoma, mentre per quanto riguarda l’appartenenza della Prussia Orientale si doveva ricorrere al plebiscito locale.
Più difficile fu delineare la frontiera orientale. Il ripristino di quella precedente alle spartizioni era impossibile, data la coscienza nazionale degli ucraini, lituani e bielorussi formatasi nel XIX secolo. La Russia sovietica già alla fine del 1918 iniziò la sua offensiva in Ucraina e in Bielorussia; all’inizio del 1919 le truppe polacche passarono al contrattacco, al contempo proseguivano i tentativi di istituire uno Stato ucraino autonomo. L’Inghilterra propose la linea Crurzon (sul fiume Bug) come frontiera orientale della Polonia. Nel maggio del 1920 l’esercito polacco, insieme ai soldati ucraini dell’atamano Petlur entrarono a Kiev, ma il contrattacco dell’Armata Rossa interruppe la linea del fronte. Nell’agosto del 1920 le truppe sovietiche arrivarono nei dintorni di Varsavia. Tra il 12 ed il 15 agosto si svolsero accaniti combattimenti nei sobborghi di Varsavia, mentre il 16 agosto partì la controffensiva guidata da Jozef Piłsudski che portò alla sconfitta russa. Il Trattato di Pace stipulato a Riga il 18 marzo 1921, stabilì la frontiera orientale polacca sul fiume Zbrucz. Nel corso delle operazioni belliche, l’esercito polacco occupò Vilnius.

Il plebiscito dell’Alta Slesia
L’Alta Slesia è una regione sud-occidentale dell’attuale Polonia all’epoca distretto industriale della Prussia etnicamente divisa fra tedeschi e slavi, (Polacchi e Cechi) per un totale di 1 milione e mezzo di persone per 2/3 polacchi. Dopo il Trattato di Versailles ed in seguito ai conflitti di frontiera qui esplosi, si stabilì che di svolgere, nel marzo 1921 sotto la sorveglianza di una commissione governativa interalleata, un referendum per decidere l’appartenenza territoriale dell’Alta Slesia. Oświęcim, pur non compresa nella zona della consultazione, divenne un avamposto delle milizie armate della Polonia.

L’Alta Slesia, in cui si sarebbe dovuto svolgere il plebiscito per l’assegnazione nazionale, si estendeva per circa 10.400 Kmq. Si occupava della sicurezza e regolarità del plebiscito una Commissione Interalleata presieduta da un generale francese (Louis Jules Le Rond) e formata da un colonnello inglese e da uno italiano, Alberto De Marinis Stendardo.
Il contingente italiano, come quello inglese, tenne un atteggiamento di equidistanza e di rigorosa neutralità, in netto contrasto con l’atteggiamento filo-polacco del contingente francese, i cui elementi non esitavano talvolta a partecipare a manifestazioni politiche organizzate dai comitati polacchi.
In totale si erano alternati in Polonia 10.000 soldati italiani, con un tributo di 50 morti e 57 feriti. Nel corpo di spedizione italiano spicca per intelligenza e comprensione di quel momento il trentenne cappellano cremonese don Primo Mazzolari, per il quale quei sei mesi in Alta Slesia furono importanti e contribuirono a fargli compiere un passo verso la maturità e la formulazione di quel solido pacifismo cristiano per il quale è diventato famoso. Egli scrive nei suoi diari: “Il nostro torto forse è quello di comportarci tuttora verso la Germania quale i nostri vecchi credettero di vederla, non pensando che a questo modo noi finiamo di determinare davvero quello spirito che ci proponiamo di combattere. Una politica educatrice dei popoli deve cominciare a credere nella bontà dei popoli”, “I polacchi hanno le loro ragioni e le loro colpe. Ora si rifanno dell’oppressione in cui furono tenuti, e nella maniera dei popoli che non hanno appreso dall’esperienza il dominio di sé. C’è però dell’artificiale nella propaganda che essi vanno facendo: un po’ ce la mettono i francesi, spalleggiandoli senza tatto e misura; un po’ è l’effervescenza della giovinezza e degli avvenimenti che si svolgono in Polonia. L’offensiva vittoriosa – così dicono – contro i bolscevichi (e anche qui lo zampino della repubblica protettrice c’entra in gran parte) è un eccitante terribile. Ma che vuole questa benedetta Polonia? Non s’accorge che è pericoloso addentare il colosso russo mentre egli tendeva la mano? Bisogna fermarla, giacché: o vincono i bolscevichi, la cui boria diverrebbe, dopo quest’altra vittoria, diabolica: o vincono i Polacchi con quella loro frenesia di ricostruire, esplicitamente o larvatamente, l’enorme Polonia del 1634, sdraiata da Odessa (Mar Nero) al golfo di Finlandia, da Posen a Poltava. Il programma è romanzesco. Ma se i polacchi non vengono fermati a tempo dai loro amici d’occidente, se ne vedranno degli orrori, se ne spargerà del sangue prima che l’Europa orientale abbia tregua dal suo martirio”. Pochi sapranno descrivere così profeticamente cose che accadranno 20 anni dopo.
La Lega delle Nazioni decise nell’ottobre del 1921, contro il risultato del referendum popolare, di spartire l’Alta Slesia, attribuendo alla Polonia 2/5 della regione con la maggior parte della zona industrializzata e della popolazione.

L’invasione nazista
Oświęcim rimase un centro di importanza strategica militare e amministrativa, ma gli anni che seguirono furono segnati dalla depressione economica e dalla miseria sociale. Ciò nonostante il numero degli ebrei in città aumentò; dei 14.000 abitanti nel 1939, gli ebrei erano circa 8.000. La vita della comunità ebraica locale incomincia progressivamente a deteriorarsi, fino a subire, negli anni Trenta, delle umilianti limitazioni (il divieto di balneazione nel fiume Sola e quello di entrata nel parco cittadino). La vessazione della popolazione ebraica continuò fino a quando, nel 1937, il «regime dei colonnelli» promulgò una legislazione antiebraica, presagio della persecuzione ormai alle porte.
Il primo settembre del 1939, primo giorno di guerra, la stazione ferroviaria di Oswiecim viene attaccata, le prime vittime sono otto ebrei e, subito dopo, inizia la requisizione selvaggia dei loro beni, i loro negozi vengono chiusi prima della fine del mese. Gli occupanti decidono che la striscia di territorio immediatamente a Est della Oberschlesien (Alta Slesia), ovvero l’ex zona austro-galiziana chiamata ora Oststreifen (striscia orientale), proprio per la sua importanza industriale debba essere annessa al Reich.
Il 26 ottobre, Auschwitz dunque diventa una città tedesca e Himmler pensa conseguentemente di «germanizzarla». Auschwitz doveva diventare, nell’ambito di questo progetto, il nuovo centro di quegli abitanti del Sud Tirolo che, nel quadro dell’accordo tra Hitler e Mussolini, avevano optato per la cittadinanza tedesca. Ma l’area risultò decisamente poco appetibile per “l’intedescamento” per il fatto che la popolazione indigena era quasi elusivamente polacca ed ebrea4.
Subito dopo, tuttavia, arrivano i primi funzionari Volksdeutsche, l’amministrazione civile si affianca a quella militare e procede immediatamente a isolare gli ebrei del luogo dal resto della popolazione e li obbliga a effettuare lavori forzati. Alla fine del 1939, inizia l’espulsione degli ebrei residenti nei villaggi della zona. Essi, da questo momento, devono risiedere obbligatoriamente solo nella città di Auschwitz. Si tratta di un vero e proprio processo di ghettizzazione, anche se, in questo caso, il ghetto non è ermeticamente chiuso da un muro come a Varsavia o Cracovia.
Agli inizi del 1940, Himmler decide di istituire un grande KL (campo di concentramento) nei territori annessi; la scelta cade proprio su Auschwitz, soprattutto per la presenza di un nodo ferroviario di così grande rilevanza e di un campo già esistente formato da baracche5. Il Kl viene istituito il 4 maggio con la nomina di Rudolf Höss come comandante. Anche se in esso vengono imprigionati soprattutto oppositori polacchi al regime nazista, la comunità ebraica locale viene da subito sfruttata per i lavori di costruzione di questa nuova struttura concentrazionaria: circa 300 ebrei locali sono obbligati a ripulire le ex baracche per far posto ai primi prigionieri6.
Alla fine dello stesso anno, il più potente gruppo industriale chimico tedesco, la Ig Farben, che sta cercando una zona lontano dal centro della Germania per installarvi un complesso di fabbriche per la produzione della la benzina sintetica (la «Buna»), prende in considerazione proprio un territorio vicino al Kl7. Agli inizi del febbraio del 1941, la Ig Farben decide di dare avvio al progetto. I dirigenti del complesso pensano a un grande insediamento «tedesco» costituito dalle loro fabbriche e da una vasta zona «residenziale» attigua per alloggiarvi lavoratori tedeschi. Perché questo possa realizzarsi, essi impongono l’espulsione di tutti gli ebrei della zona – circa settemila8 – e lo sfruttamento della popolazione cattolica locale abile al lavoro.
Viene decretata, in questo modo, la fine di una comunità ebraica esemplare, composta da onesti cittadini che avevano contribuito, nel corso di quasi un secolo, in modo determinante allo sviluppo della città. Con questo atto, d’altra parte, possiamo affermare che la Ig Farben ha anche giocato un ruolo attivo nella concretizzazione della Endlösung (soluzione finale)9.
In marzo, dopo la prima visita di Himmler nel KL, vengono messo in atto le prime retate. Tra il 7 e il 9, agli ebrei vengono concessi venti minuti di tempo per abbandonare i loro alloggi. Essi vengono deportati nella regione di Tarnów. Ma la grande Aktion viene scatenata agli inizi di aprile10. Tra il 2 e il 9, gli oltre cinquemila ebrei di Auschwitz sono deportati con due trasporti nei due ghetti dell’Oststreifen, quelli di Bendzin (Bendsburg) e Sosnowiec (Sosnowitz), a poco più di 30 km di distanza. Le vittime sono costrette a pagare anche i costi dei trasporti. Nell’autunno dello stesso anno, i nazisti decidono comunque l’uccisione di tutti gli ebrei rinchiusi nei ghetti. Quelli del territorio annesso del Warthegau, prevalentemente rinchiusi nel ghetto di Lódz, sono inviati a morire nei Gaswagen (camion al cui interno viene fatto confluire il gas di scarico) a Chelmno; quelli imprigionati nei ghetti del Governatorato generale finiscono nelle camere a gas dei tre campi di sterminio dell’«Aktion Reinhardt», Belzec, Sobibór e Treblinka; tutti gli altri sono deportati proprio ad Auschwitz-Birkenau e uccisi con il gas Zyklon-B nelle installazioni di messa a morte appena costruite. I ghetti di Bendzin e Sosnowiec, dove erano finiti gli ebrei di Auschwitz, vengono «liquidati» in due fasi caratterizzate da una violenza estrema: la prima, che tocca soprattutto i «non abili» al lavoro, nell’agosto del 1942; la seconda, definitiva, nei mesi di giugno e agosto del 1943. Gli ebrei di Auschwitz, dopo mesi di sofferenze indicibili, vengono dunque riportati nel luogo dove erano nati e avevano vissuto per essere barbaramente uccisi. Alla fine della guerra, si sarebbero contati solo poco più di 70 sopravvissuti. Quasi nessuno sarebbe ritornato a vivere a Oświęcim.

Alla fine della Prima guerra mondiale, dopo le norme del Trattato di Versailles, la situazione politica e sociale della Germania era altamente instabile. La lenta riconversione delle industrie belliche, che secondo il Trattato non avrebbero più dovuto produrre armi, la riduzione dell’esercito a 100.000 unità imposta dai vincitori, il crollo dei cambi nel 1927 e quello della Borsa di New York nel 1929 favorirono la creazione di gruppi organizzati e violenti che rappresentavano, in opposte fazioni, il malcontento generale. Ordine sociale ed economico e riscossa agli occhi dei vincitori della guerra del 1914-1918 furono le richieste più pressanti che provenivano da vari strati della frantumata società tedesca della Repubblica di Weimar.
Hitler seppe dare la risposta sbagliata, ma convincente, a queste domande. Il 24 febbraio 1920, tra i fumi di una birreria, l’austriaco Adolf Hitler espose al Partito dei Lavoratori Tedeschi, di cui faceva parte dal luglio 1919, il proprio programma incentrato sull’antisemitismo e sul “ristabilire la disciplina militare ed inculcare nuovamente nella truppa i sentimenti nazionali e patriottici”. Il programma politico di Hitler era chiaro: egli predicava la superiorità della razza ariana, incarnata dai popoli tedeschi, su tutte le altre, per il raggiungimento di questo scopo voleva l’annientamento delle razze inferiori che avevano contaminato la purezza germanica e la conquista di uno spazio vitale in cui tornare a far prosperare la razza “eletta”ariana.
Nel 1923 iniziò a crescere nel carisma, divenne un punto di riferimento per tutti i movimenti dell’estrema destra tedesca. E a 9 novembre 1923 organizzò il “Putsch” (colpo di Stato) a Monaco, ma dopo il suo fallimento e la sua conseguente incarcerazione, capì che il potere in Germania avrebbe dovuto contare su solidi appoggi da parte degli industriali, su una parvenza di rispetto da parte dell’autorità e sulla ricostruzione della compattezza del popolo tedesco. Condannato a cinque anni di fortezza per “alto tradimento”, trascorse agli arresti meno di un anno, in cui dettò al compagno di cella (Rudolf Hess, divenuto poi un importante personaggio del Nazismo) il proprio libro “Mein Kampf’. In questo scritto egli rese pubblico il suo pensiero politico e il suo progetto di uno Stato basato su un nuovo ordine politico, sociale e razziale.
Il 27 febbraio 1925, Hitler tornò in libertà e venne ricostituito il Partito Nazionalsocialista, sciolto dopo il fallimento del Putsch. Da tale momento, sino al 1929, Hitler tentò di darsi una presentabilità a livello internazionale e nazionale, cercando di ingraziarsi gli ambienti industriali come difensore della proprietà privata, sfumando in modo abile l’aspetto anticlericale del Partito e promovendone una sua riorganizzazione interna per cui tutto ruotasse, sempre più, attorno a lui. Una costante di questi anni di preparazione fu l’utilizzo di una forte campagna antisemita ed antibolscevica, in base alla quale gli Ebrei venivano visti come i “burattinai del Comunismo” che avrebbero voluto dominare il mondo. La propaganda di queste idee fu affidata a giornali di partito e comizi in modo che, utilizzando toni duri, volgari ed esasperati, raggiungessero in fretta i ceti più disagiati tra la popolazione. Per dar man forte alle proprie idee il Partito nazionalsocialista dei lavoratori utilizzò anche delle squadre di picchiatori, così, nel 1921, nacquero le SA (Stunnabtei1ung) e nell’aprile del 1925 le SS (Schutzstaffeln): un corpo di élite, ispirato a rigidi criteri di arianità e fedeltà al “Capo”.
Quando Hitler salì al potere, diventando un uomo pubblico importante, nella notte del 30 giugno 1934 (la notte dei lunghi coltelli), fece liquidare i ranghi delle SA dalle temibili e fidate truppe scelte delle SS, ritenendoli troppo indisciplinati e rozzamente violenti.
La grande crisi economica del 1929 portò un clima favorevole alle idee di Hitler che riuscì ad affermarsi nelle elezioni del 1930, successo che crebbe fino a raggiungere il 44% alle elezioni del 1933. Divenuto Cancelliere, tolse dalla scena politica, in modo apparentemente legale, tutti i suoi oppositori. Il 28 febbraio 1933, infatti, i Comunisti vennero messi fuori legge, poiché incolpati dell’incendio del Reichstag (provocato in realtà dai Nazisti). Con le leggi di “degiudeizzazione” del 1933, con cui veniva ordinato il licenziamento e l’esclusione degli Ebrei da tutte le funzioni pubbliche, Hitler diede subito prova di mantener fede agli impegni elettorali, ponendo le basi dello Stato razziale e creando nuovi posti di lavoro per gli ariani. Egli aveva, infatti, vinto le elezioni promettendo “Arbeit und Brot (pane e lavoro)” e riscossa comune contro i nemici interni ed esterni del Reich, individuando in essi gli Ebrei e i vincitori alleati della guerra del 1914.
In base ad un ordine del 22 marzo 1933 venne ufficializzato l’utilizzo di campi di concentramento con l’apertura di Dachau ed i primi ad essere deportati furono gli oppositori politici, i Testimoni di Geova, gli Zingari e chiunque fosse risultato sospetto al nuovo Regime. Nel frattempo erano costanti le vessazioni ai danni degli Ebrei tedeschi, che venivano descritti dalla propaganda nazionalsocialista come non appartenenti al popolo della “grande” Germania. Contrariamente a quanto detto dalla propaganda, la comunità ebraica era da anni parte integrante della società tedesca, diversamente da come accadeva nell’Europa dell’Est, dove i ghetti avevano contribuito a mantenere marcate le differenze.
Con le leggi di Norimberga del 15 settembre 1935, Hitler diede ufficialità alle proprie idee antisemite già espresse nel Mein Kampf. Da tale momento gli Ebrei divennero ufficialmente cittadini inferiori per legge e nascita. Numerose furono le leggi che scandirono la loro vita “diversa”, come quella per cui dovevano andare solo in luoghi a loro riservati (esistevano panchine solo per Ebrei) o quella per cui dovevano premettere ai propri nomi i nomi Israel, se maschi, o Sarah, se femmine.
Intanto Hitler dal 1936, con l’occupazione della Renania, iniziò a far ripartire la macchina bellica tedesca in vista di una campagna di espansione, che mirava a risarcire i Tedeschi delle condizioni imposte dal Trattato di Versailles ed alla conquista dello “spazio vitale” per il Terzo Reich. Così, nello stesso anno accanto alle truppe dello spagnolo Franco e dell’alleato italiano Mussolini, i Nazisti presero parte alla Guerra civile spagnola. Nel 1938, il 12 marzo, venne annessa (Anschluss) l’Austria e i Sudeti divennero territorio tedesco. Ma nello stesso anno, tra la notte del 9 e 10 novembre, venne anche scatenata una caccia all’uomo contro gli Ebrei, in cui furono bruciate centinaia di sinagoghe, distrutte gran parte delle loro proprietà ed uccise 90 persone. Dal numero dei vetri rotti restati per le strade, questa notte fu chiamata Kristallnacht (la notte dei cristalli). Da quel momento iniziarono ad essere deportati nei primi campi anche gli Ebrei arrestati nel corso delle azioni punitive.
Sin da questi primi anni, quindi, possiamo oggi vedere come la Germania nazista combatté due guerre: una contro i nemici esterni, che ebbe inizio con il 1° settembre 1939 e sfociò nel dramma della Seconda guerra mondiale, l’altra contro gli Ebrei, cittadini inermi ritenuti dal Nazismo colpevoli di esistere per legge, che portò, poi, alla Shoah. Questa seconda guerra, che diventò più cruenta con l’avvicinarsi della sconfitta nella seconda guerra mondiale, ebbe tre momenti importanti che portarono alla legalizzazione del male:
1935 – le leggi di Norimberga;
1939 – le leggi sulla emigrazione forzata dal territorio tedesco degli Ebrei verso i ghetti nei territori della Polonia occupata;
1942 – conferenza di Wannsee.
Queste tre tappe furono tutte scandite da una serie di provvedimenti burocratici che permettevano ad ogni comune uomo ariano di commettere crimini contro un suo pari, pur sentendosi un buon cittadino, ricompensato, perciò, dallo Stato.
(da A. Bienati in Memoria, Milano, Proedi 2002)

L’Aktion T4 è il nome convenzionale con cui viene designato il Programma nazista di eutanasia che sotto responsabilità dei medici prevedeva la soppressione di persone affette da malattie genetiche inguaribili o da più o meno gravi malformazioni fisiche. T4 è l’abbreviazione di “Tiergartenstrasse 4”, l’indirizzo del quartiere di Berlino dove era situato il quartier generale dalla Gemeinnützige Stiftung für Heil- und Anstaltspflege, l’ente pubblico per la salute e l’assistenza sociale.
I disabili fisici e psichici erano considerati nemici “passivi”, un peso per il popolo e per lo Stato, che spendeva soldi per mantenere in vita “persone la cui vita non era degna di essere vissuta”, secondo l’infelice definizione coniata, in una pubblicazione del 1920, dal giurista Karl Binding e dallo psichiatra Alfred Hoche.
Sulla base delle teorie eugenetiche, la legge per la “prevenzione di progenie affetta da malattie ereditarie” del 14 luglio 1933 introdusse obbligatoriamente la sterilizzazione per i portatori di malattie considerate ereditarie, come l’epilessia, la schizofrenia, le psicosi, l’oligofrenia, e le infermità fisiche congenite come cecità o sordomutismo e l’alcolismo cronico, ma avvicinandosi la guerra, fu avviata una vera e propria politica interna di sterminio per iniziativa dello stesso Hitler, che nell’ottobre del 1939 accordò il permesso di procedere all’eliminazione di quei malati giudicati “critici”, anche con la motivazione di liberare letti di ospedale da destinare ai soldati provenienti dal fronte. In realtà, il progetto T4 rispondeva al raggiungimento di uno scopo coerente con l’ideologia nazista: le persone colpite da disabilità fisiche e mentali costituivano infatti una minaccia per l’immaginaria perfezione della cosiddetta razza ariana.
All’inizio, il progetto T4 si concentrò sull’eliminazione dei bambini disabili: medici, levatrici e ospedali li segnalavano al servizio sanitario pubblico, che trasmetteva i moduli di denuncia al Comitato del Reich, i cui medici selezionavano i bambini per il programma di eliminazione che avveniva tramite barbiturici, in seguito si passò all’eliminazione degli adulti, secondo una procedura simile: il ministero degli Interni del Reich obbligò gli istituti che ospitavano disabili a segnalare i pazienti tramite appositi questionari. Per l’uccisione degli adulti, si utilizzarono le camere a gas, funzionanti in apposite strutture che in seguito vennero utilizzate anche per la “soluzione finale” contro gli ebrei.
Fino a quando il governo tedesco, di fronte all’avversione dell’opinione pubblica e delle Chiese, sospese almeno formalmente il progetto si stima che questa campagna omicida portò alla morte di un totale di persone compreso tra le 60.000 e le 100.000.

L’espressione “soluzione finale della questione ebraica”, che indicava l’eliminazione fisica e sistematica della popolazione ebraica presente in Europa, compare per la prima volta nel protocollo di Wannsee (20 gennaio 1942).
La politica dello sterminio non si realizzò secondo una unica modalità, né un progetto sistematico di sterminio fu pensato prima dell’attacco all’Urss nel giugno del 1941. La riflessione storica concorda che la gestione della questione ebraica si sia svolta secondo tre fasi distinte: una riconoscibile nel periodo 1933-1939; una nel periodo 1939-1941 e l’ultima nel periodo 1941-1945.
L’intento del regime nazista nel periodo 1933-1939, sarebbe stato unicamente l’espulsione dal Reich della popolazione ebraica, non la sua eliminazione. Tale espulsione era giustificata dal trattamento discriminatorio verso gli Ebrei tedeschi sancito dalle leggi di Norimberga. Il processo in questione comportava tre fasi: identificazione, confisca dei beni e concentramento, cui doveva poi seguire l’espulsione. Dapprima gli Ebrei dovevano essere identificati. In secondo luogo venivano espropriati dei loro beni e poi concentrati in appositi quartieri delle città loro riservati (in Germania non furono però istituiti i ghetti, come poi accadrà in Polonia). L’ultimo passaggio doveva essere l’espulsione. L’invasione della Polonia (1° settembre 1939) pose i nazisti di fronte alla difficoltà di gestire la più numerosa popolazione ebraica d’Europa (circa tre milioni) con un’espulsione sistematica. Allora, gli ebrei polacchi furono rinchiusi nei ghetti e lì costretti a morire di fame e di stenti. Quindi, fra il 1939 e il 1941, sorse l’ipotesi di deportare tutta la popolazione ebraica polacca nel Governatorato generale, cioè nella parte della Polonia non direttamente annessa al Reich: i territori della ex Polonia de-giudeizzati avrebbero dovuto poi essere germanizzati attraverso la colonizzazione di famiglie tedesche.
Con l’attacco all’Urss (giugno 1941) il regime nazista decide l’eliminazione della popolazione ebraica: infatti “unità operative delle SS” agiscono a ridosso delle truppe della Wehrmacht col compito specifico di eliminare ebrei, sabotatori e commissari politici sovietici. L’eliminazione riguarda uomini, donne e bambini. Da questo momento si può parlare di pianificazione dello sterminio del popolo ebraico. Il metodo utilizzato è però dispendioso e ha ripercussioni negative sulla psiche dei soldati tedeschi, come ha modo di verificare lo stesso capo delle SS, Himmler, il 15 agosto del 1941, assistendo presso Minsk ad un’operazione di massacro: la popolazione ebraica è infatti condotta fuori dai villaggi, costretta a scavare delle immense fosse comuni, denudata e infine fucilata e seppellita. Nasce, allora, l’ipotesi di utilizzare nuovi metodi per l’eliminazione: in particolare si decide di impiegare il gas, secondo una procedura già utilizzata per sopprimere gli individui “indesiderabili, malati mentali o portatori di handicap fisici (Aktion T4). Nell’autunno del 1941, il comandante delle SS Heinrich Himmler assegnò al generale tedesco Odilo Globocnik (capo delle SS e della polizia di Lublino che, successivamente, sarà molto attivo alla Risiera di San Sabba di Trieste) l’incarico di attuare il progetto di eliminazione sistematica degli Ebrei residenti nel Governatorato Generale. Il nome in codice dato a tale piano fu Operazione Reinhard, dal nome di battesimo di Heydrich, il quale venne successivamente assassinato da partigiani cecoslovacchi, nel maggio del 1942. Tre centri di sterminio, creati esclusivamente per l’eliminazione di massa, vennero costruiti in Polonia, nell’ambito dell’Operazione Reinhard: Belzec, Sobibor, Treblinka e limitatamente Majdanek.
A Wannsee, probabilmente, Reinhard Heydrich, responsabile delle operazioni di sterminio, manifestò il proposito di generalizzare l’esperimento di Chelmno, istituendo una rete capillare di campi di annientamento prima costruiti in Polonia e, dopo la controffensiva sovietica del 1943, anche in Germania dove si affiancano così ai già esistenti campi di concentramento.
Nel centro di sterminio di Chelmno, circa 30 chilometri a nord ovest di Lodz, le SS e le forze di polizia usarono le camere a gas mobili (camion con i loro gas di scarico) per assassinare almeno 152.000 persone, di cui la maggior parte erano Ebrei, ma alcune migliaia appartenevano alla popolazione Rom (Zingari). Nella primavera del 1942, Himmler stabilì che anche Auschwitz II (Auschwitz-Birkenau) venisse usato come campo di sterminio; qui, le SS assassinarono approssimativamente un milione di Ebrei provenienti da diverse nazioni europee.
I campi di concentramento, inizialmente, erano deputati alla “rieducazione” degli oppositori politici (specie comunisti e socialisti, ma anche preti cattolici) e dei nemici del regime nazista (testimoni di Geova, omosessuali, etc.), nonché di delinquenti comuni particolarmente pericolosi. Nei campi di concentramento confluirono moltissimi soldati dell’Armata Rossa catturati in battaglia, spesso costretti a morire di inedia. Alcuni vennero riconvertiti per finalità di sterminio: questo è il caso di Auschwitz.
Anche il lavoro era concepito con finalità di sterminio e non in termini produttivi; doveva provocare lo sfinimento e la morte del prigioniero, al quale non venivano fornite le condizioni minime come abbigliamento, nutrizione e riposo per poter effettuare il lavoro stesso.
La terribile pianificazione dello sterminio, elaborata a Wannsee, costò la vita a circa sei milioni di ebrei, ma questa stima non tiene conto delle vittime della cosiddetta “marcia della morte” che i tedeschi in fuga dagli Alleati imposero agli ebrei prigionieri dei campi. Va tenuto conto anche del fatto che la maggior parte degli ebrei morì nei ghetti, per fame e per malattie, oppure in uccisioni di massa mediante fucilazioni (es. gli ebrei russi nel 1941), o ancora asfissiati in camion o in strutture di morte ben diverse dai campi di concentramento.

Gli Einsatzgruppen erano comparsi nel 1938 con l’annessione dell’Austria e nel 1939 nell’invasione della Polonia, come unità di servizio segreto e di appoggio alle forze d’invasione nella lotta agli oppositori del Regime nazista.
Dal 22 giugno 1941, con l’invasione dell’Unione Sovietica, nelle retrovie dei territori via via annessi, gli Einsatzgruppen vennero incaricati dell’operazione di rastrellamento e sterminio degli oppositori politici ma anche e soprattutto degli Ebrei. Queste unità, composte da poliziotti e membri delle SS, constavano di circa 3000 uomini raggruppati in quattro battaglioni contraddistinti da lettere alfabetiche, a loro volta suddivisi in Einsatzkommando e Sonderkommando. Costoro, per una disposizione emessa direttamente da Himmler, potevano chiedere di essere esentati dalle esecuzioni di massa ed essere adibiti ad altre funzioni. Sappiamo, dalle carriere militari dei pochi che si avvalsero di tale opportunità, che la richiesta non comportava la corte marziale, era anzi un tentativo per togliere dalle zone dei massacri razziali coloro che con il proprio comportamento, potevano risvegliare le coscienze degli uomini comuni che negli Einsatzgruppen diventavano killer seriali di Stato.
Accanto a costoro vi erano truppe ausiliarie rumene, lituane, lettoni, ucraine e bielorusse che, sotto il segno della svastica, davano libero sfogo all’antisemitismo popolare che aleggiava nei Paesi dell’Est.
Le uccisioni di civili avvenivano in fosse fatte scavare alle vittime o gole presenti nei territori. Le squadre di azione erano supportate da alcool, metodi disempatizzanti di uccisione, onori, possibilità di arricchimento e continuo supporto psicologico da parte delle autorità.
Accanto allo sterminio mediante fucilazioni, dal dicembre 1941 vennero forniti anche dei Gaswagen per sterminare gli Ebrei in modo asettico. Questi, già sperimentati nell’operazione eutanasia T 4 (sospesa proprio in tale periodo), si rivelarono poco utili per lo sterminio di massa.
Nei primi mesi del 1943, con l’inizio della ritirata dall’Unione sovietica e l’allestimento ottimizzato dei centri di sterminio in Polonia, diminuirono le azioni degli Einsatzgruppen, iniziate dall’estate 1941. Nelle operazioni mobili di sterminio vennero uccisi circa 1.300.000 uomini, donne e bambini ebrei.
Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler divenne cancelliere. Il suo era un governo di coalizione, ma ben presto gli istituti democratici, su cui si reggeva la Repubblica di Weimar, furono distrutti e prese avvio la dittatura hitleriana. L’avvenimento che permise ai nazisti di avviare una politica repressiva nei confronti degli oppositori e di eliminare la democrazia fu l’incendio del Reichstag, il parlamento tedesco, avvenuta nella notte del 27 febbraio 1933. Il 22 marzo venne aperto, a Dachau, nei pressi di Monaco di Baviera, il primo campo di concentramento (Konzentrationslager- KL). In questa prima fase venivano rinchiusi in Lager gli oppositori politici: militanti comunisti, socialdemocratici o sindacalisti. Gli arresti potevano essere compiuti indiscriminatamente grazie all’istituto della detenzione preventiva, in questo modo la Gestapo poté inviare nei campi tutte le persone non grate al regime. I campi furono ben presto posti sotto la giurisdizione delle SS. Dopo una prima fase piuttosto caotica, il sistema dei Lager venne riprogettato ed il campo il campo di Dachau diventò un modello per tutti i campi. A Dachau venivano addestrate le SS che sorvegliavano i campi; qui fu sperimentato un regolamento, che venne poi progressivamente esteso, che regolava gli orari, le punizioni, l’applicazione della pena capitale.
Il numero dei prigionieri politici, dopo le prime ondate di arresti, andò progressivamente diminuendo, la battaglia contro l’opposizione politica poteva ritenersi conclusa, ma il nazismo si prefigurava di modificare la società tedesca: chiunque per motivi biologico-razziali non fosse considerato parte integrante della Volksgemeinschaft non poteva essere considerato cittadino tedesco a tutti gli effetti. Così il progetto di purificare l’intera società portò alla persecuzione di una nutrita categoria di persone: gli ebrei, gli asociali, gli zingari, i vagabondi, i renitenti al lavoro, i testimoni di Geova, gli omosessuali, i criminali comuni.
Gli anni che vanno dal 1936 al 1939 sono estremamente importanti: in questi anni vennero aperti nuovi grandi campi: Buchenwald nel 1937, Sachsenhausen nel 1936, Flossenbürg nel 1938, Mauthausen, in Austria, nel 1938 e Ravensbrück, destinato alle donne nel 1939.
Nel 1938 le SS cercarono di dar vita ad un loro impero economico e per la manodopera si servirono dei prigionieri rinchiusi nei Lager: se, in una prima fase, il lavoro era stato utilizzato come mezzo di rieducazione e di punizione, a partire da questo momento, diventò finalizzato alla costruzione di un consistente numero di imprese, di cui le SS erano direttamente proprietarie. In particolare vanno ricordati due colossi: la DEST (Deutsche Erd- und Steinwerke GmbH), fondata nel 1938 che gestiva le cave e la produzione di materiali da costruzione, e la DAW (Deutsche Ausrüstungswerke), fondata nel 1939, che comprendeva imprese specializzate nella lavorazione del legno e del ferro. Infine va ricordata anche la Texled, presente soprattutto a Ravensbrück, dove si producevano prodotti tessili.
Dopo il pogrom noto come la notte dei cristalli, il 9-10 novembre 1938 furono rinchiusi nei Lager circa 36.000 ebrei. Non si trattava ancora di una eliminazione pianificata: essi, dopo essere stati maltrattati e terrorizzati, se, dopo aver lasciato praticamente i loro beni al Reich, accettavano di emigrare, venivano rilasciati. Infatti, fino al 1941, la politica antiebraica nazista era volta soprattutto verso l’emigrazione coatta della popolazione ebraica dal Reich.
Con la guerra i Lager subirono altre profonde trasformazioni: innanzi tutto la loro popolazione andò sempre più internazionalizzandosi: i primi stranieri a entrare nei Lager furono i polacchi, poi i sovietici, gli spagnoli, i francesi, gli olandesi, nel 1943 gli italiani, nel 1944 gli ungheresi. Si trattava di resistenti, oppositori politici, ma anche di cittadini rastrellati un po’ ovunque in Europa e costretti a lavorare, quasi come schiavi, nelle industrie tedesche. Sorsero nuovi grandi campi in Polonia, tra cui Auschwitz nel 1940, Gross- Rosen, nell’Alta Slesia, e Natzweiler in Alsazia.
La guerra di Hitler fu una guerra di rapina e di distruzione, l’occupazione nazista tuttavia non fu identica in tutti i territori: mentre a Ovest fu riconosciuta una parvenza di autonomia agli stati occupati, a Est, sia in Polonia che in Unione Sovietica, si trattò di una guerra di sterminio che prevedeva la distruzione di milioni di persone. Il “nuovo ordine europeo” vagheggiato da Hitler prevedeva il trasferimento delle razze inferiori sempre più a Est, mentre coloro che erano considerati tedeschi di stirpe, dovevano essere ricondotti nel Reich. Per attuare questi propositi nell’inverno del 1940-1941 scienziati e demografi studiarono i piani per il trasferimento – e la probabile morte – di milioni di polacchi e di ebrei.
Con la guerra si accentuò, fino a arrivare allo sterminio fisico, la persecuzione degli ebrei. La strada per arrivare a Auschwitz e alle camere a gas fu tortuosa: dapprima furono creati in tutta l’Europa orientale i ghetti, in cui furono concentrati in condizioni spaventose gli ebrei, poi a partire dall’agosto del 1941 in Unione Sovietica le Einsatzgruppen, che seguivano nelle retrovie l’avanzata dell’esercito tedesco, iniziarono i massacri indiscriminati di donne, uomini, bambini. Lo scenario dei massacri era molto simile: uomini, donne, vecchi e bambini venivano fatti uscire dalle loro case e giunti in luoghi defilati rispetto ai villaggi o alle città venivano costretti a scavare enormi fosse comuni e qui uccisi mediante fucilazione. Si calcola che siano stati eliminati in questo modo circa un milione e mezzo di ebrei.
Molto probabilmente nell’autunno del 1941 fu presa le decisione di eliminare fisicamente tutta la popolazione ebraica: tra la fine del 1941 e la primavera del 1942 entrarono in funzione i campi di sterminio immediato: a Chelmno gli ebrei venivano uccisi immediatamente utilizzando i Gaswagen, nei campi di Sobibór, Treblinka, Belzeč gli ebrei, soprattutto quelli del Governatorato Generale, furono gassati immediatamente dopo il loro arrivo; venivano mantenuti in vita solo i pochissimi che servivano al funzionamento dei campi. In tali campi, (Sobibór, Treblinka, Belzeč), denominati campi dell’Aktion Reinhard furono sterminate migliaia e migliaia di persone: per il solo campo di Treblinka la cifra oscilla fra 700.000 e 900.000 morti.
Il luogo deputato per lo sterminio degli ebrei occidentali fu l’immenso lager di Auschwitz-Birkenau, nato come sottocampo di Auschwitz, diventò uno dei campi di sterminio più grandi; qui furono installati i grandi complessi di messa a morte: i crematori e le camere a gas, capaci di contenere migliaia di vittime. Ma Auschwitz, non fu solo un campo di sterminio, fu anche un campo di lavoro. Infatti, ad Auschwitz III o Monowitz, lavoravano per la IG Farben circa diecimila prigionieri. Più complessa è la storia del campo di Majdanek, presso Lublino: sicuramente fu un campo di lavoro, dove, a più riprese, vennero effettuate uccisioni di massa mediante fucilazione e anche utilizzando la camera a gas, che non aveva tuttavia le dimensioni di quelle in uso negli altri campi di sterminio.
A partire dal 1942, quando la guerra lampo non fu più una realtà concreta, i nazisti cominciarono a avere bisogno di manodopera per far funzionare le loro industrie, in particolare quelle belliche. Si decise allora di fare ricorso in modo sempre più massiccio ai deportati. Tuttavia questo non mutò la sorte degli ebrei, che continuarono ad essere sterminati fino alla liberazione.
Nel 1944 questo sistema raggiunse l’apice: sorsero migliaia di piccoli campi, dipendenti da quelli più grandi in cui i prigionieri lavoravano fino allo sfinimento, così la fase finale, fino alla fine della guerra, fu quella peggiore. Mentre il sistema nazista collassava e le armate alleate si avvicinavano ai confini del Reich millenario, i prigionieri, in condizioni di vita sempre più precarie, erano costretti a lavorare senza sosta: la mortalità cresceva per il sovraffollamento, le epidemie, le razioni di cibo sempre più scarse.
A partire dalla fine del 1944, i nazisti iniziarono a evacuare i campi posti più a Est, ebbero così inizio le micidiali marce della morte, che provocarono migliaia di vittime. Tuttavia i nazisti non si arresero: fino alla fine continuarono a spingere per le strade di una Germania ormai ridotta in macerie i deportati, nel tentativo di sottrarli alle truppe sovietiche o angloamericane che avanzavano. Fino all’ultimo continuarono a infierire soprattutto sugli ebrei: i pochi scampati allo sterminio sistematico posto in essere a Est furono fino all’ultimo le vittime designate delle angherie delle SS rese ancor più fanatiche nell’imminenza della fine del loro potere.
Non è possibile stabilire con certezza, perché mancano fonti precise in merito, se ci sia stato o meno un ordine di Himmler che ordinava l’uccisione di tutti i prigionieri dei KL perché non cadessero nelle mani degli alleati, tuttavia è certo che durante gli ultimi giorni non mancarono stragi di prigionieri, uccisioni, gassazioni, eliminazioni di prigionieri ritenuti portatori di segreti.
Alessandra Chiappano, INSMLI, Milano

Alla fine del 1944 i nazisti iniziarono a smantellare le strutture di sterminio di Auschwitz-Birkenau. A metà gennaio del 1945, con l’offensiva russa che premeva alle porte dell’universo concentrazionario di Auschwitz, le SS organizzarono frettolosamente anche l’evacuazione. Più di 58.000 prigionieri furono spinti sulle strade della Polonia in direzione dei campi di concentramento ancora attivi in Germania nello spietato tentativo nazista di occultare le prove del loro crimine. Queste marce, ricordate come “marce della morte”, costrinsero i prigionieri già stremati a camminare nel rigore dell’inverno, senza sosta, malvestiti, senza cibo né acqua per raggiungere la Germania o le ferrovie lontane dal fronte di liberazione delle Forze Alleate per essere caricate sui vagoni. Le marce della morte decimarono i sopravvissuti ai campi; i superstiti vennero poi smistati in diversi campi tedeschi, a volte più di uno, prima di essere liberati nella primavera del 1945. Si stima che le vittime delle marce della morte siano state fra le 9.000 e le 15.000.

E’ vero che l’ebreo è un essere umano, ma anche la pulce è un essere vivente, per nulla gradevole ….il nostro dovere verso noi stessi e verso la nostra coscienza sta nel renderla inoffensiva. Lo stesso vale per gli ebrei.”
( Joseph Goebbels, in A. Devoto)
Oświęcim è una cittadina polacca dell’Alta Slesia che, nel 1940, risultava incorporata al Reich con il nome di Auschwitz. La presenza di un importante nodo ferroviario, il fatto di essere poco popolata e l’esistenza degli edifici dell’ex caserma dell’esercito polacco segnarono per sempre il destino di questa ignota località, trasformandola nel simbolo dello sterminio: la fabbrica dello sterminio. Il complesso di campi che lì furono impiantati rappresenta il diverso modo in cui il Reich trattava ed eliminava i nemici. Lo sviluppo stesso del progetto nazista “Auschwitz” è emblematico per poter capire le scelte operate dai gerarchi nazisti riguardanti gli Stücke: i deportati politici, razziali, religiosi, militari.
Il 27 aprile 1940 è la data in cui, identificata come possibile luogo di reclusione la caserma di Oświęcim, suddivisa in 21 edifici di cui 8 a due piani, Heinrich Himmler, comandante supremo delle SS (SS-Reichsführer) diede il via, ordinando lavori che ne ampliassero la capacità1, alla sua destinazione a campo di concentramento. Inizialmente lo Stammlager, o campo principale, doveva fungere da campo di smistamento e quarantena, ma le sue capacità originarie di accoglienza, già dell’ordine di diecimila persone, lo ponevano come primo Konzentrationslager ubicato fuori dal territorio austro-tedesco. In breve tempo, già intorno alla metà del 1941, Auschwitz divenne un lager che veleggiava verso le diciassettemila unità.
A comando dello Stammlager, il 4 maggio 1940, venne messo l’SS-Hauptsturmführer (Capitano) Rudolf Hoess2, già comandante del lager di Sachsenhausen. A lui si deve l’impostazione altamente “manageriale” che porterà l’universo concentrazionario di Auschwitz ad avere le dimensioni di una vera a propria fabbrica della morte. Hoess fu un personaggio curioso: abile amministratore e innovatore, infatti a lui si può ricondurre l’invenzione della gassazione mediante il gas cianidrico: i cristalli Zyklon B, viveva il proprio compito in maniera competitiva rispetto ai responsabili degli altri campi. Venne dapprima allontanato, perché sorpreso ad incamerare furtivamente per sé parte dei beni confiscati agli Ebrei deportati, destinati a diventare parte del bottino del Reich, poi, però, fu richiamato al proprio ruolo in quanto persona altamente competente e specializzata. Appena giunto ad Auschwitz, comandò subito l’evacuazione dei 1200 abitanti delle zone circostanti al campo.
I primi ad esservi deportati furono trenta criminali comuni detenuti a Sachsenhausen, che ad Auschwitz sarebbero diventati Kapò e capi blocco3. Il primo convoglio, arrivato al campo il 14 giugno 1940, era composto da 728 polacchi, per lo più già detenuti per motivi politici a Tarnow, poiché avevano tentato di ricongiungersi con l’armata polacca in Francia.
Per scopi sanitari venne previsto di dotare il campo di un forno crematorio che iniziò a funzionare dall’agosto 1940. Le fornaci del Krematorium I, come venne chiamato, furono costruite dalla ditta Topf&Soehne di Erfurt4, che ebbe un ruolo importante nell’assegnazione degli appalti per la fornitura di tutti gli impianti di messa a morte e di organizzazione della vita concentrazionaria nell’universo Auschwitz.
Himmler, il 1° marzo 1941, visitò il campo ed affidò ad Hoess la realizzazione di tre nuovi progetti: l’ingrandimento dell’area dello Stammlager, al fine di garantire una presenza di trentamila uomini; l’edificazione di un campo per prigionieri di guerra a 3 km, nel villaggio di Brzezinka, della capacità di centomila unità; il reperimento di diecimila detenuti polacchi per la costruzione di un polo industriale per la I.G. Farben, che, come altre industrie belliche e non, aveva seguito con interesse l’aumentare della possibile mano d’opera localizzata nei campi di concentramento.
Dall’ottobre 1941, con l’afflusso dei prigionieri di guerra sovietici, fu dato inizio al cantiere di Birkenau. L’attuazione di questo progetto vide la distruzione del villaggio di Brzezinka (Birkenau alla tedesca) e la morte sul lavoro di 12.800 prigionieri su un totale di 13.000.
Chiamato poi a colloquio da Himmler e saputo della prossima “soluzione finale” della questione ebraica, Hoess si mise zelantemente alla ricerca del metodo di sterminio di massa più efficiente: doveva essere letale per il maggior numero di persone, breve ed economico. Dando realizzazione alle parole della propaganda che definivano gli Ebrei come “pidocchi e parassiti”, egli sperimentò la gassazione di uomini mediante un disinfestante utilizzato, appunto, contro i pidocchi: i cristalli impregnati di acido Zyklon B. Questi vennero utilizzati, per la prima volta, nel luglio 1941 nei sotterranei del blocco 11 su 600 prigionieri di guerra sovietici e 250 malati gravi. L’effetto fu devastante. Venne così approvato il mezzo per la gassazione ma non il luogo di messa a morte. Fu, infatti, deciso di creare una camera a gas nella già esistente morgue del Krematorium I.
Con la conferenza di Wannsee del 20 gennaio 19425, veniva varato lo sterminio totale degli Ebrei ed il campo di Birkenau vedrà modificato il proprio destino: da campo per prigionieri di guerra si trasformerà nel più grande centro di messa a morte degli Ebrei. In ossequio alla circolare Pohl del 30 aprile 19426 il campo di Birkenau aumenterà le proprie competenze, diventando così anche centro di stoccaggio di quella piccola percentuale di Ebrei (circa il 20%), selezionata dai convogli giunti al campo e ritenuta abile al lavoro. Così è possibile spiegare il passaggio che portò alla realizzazione di sistemi di messa a morte, sempre più sofisticati, nello stesso campo in cui esistevano anche 250 baracche, organizzate per il mantenimento in vita dei deportati. Queste erano suddivise in settori, simili a veri e propri lager autonomi, dotati ognuno di una propria infermeria. Esisteva, poi, un intero settore dedicato alla funzione di ospedale maschile.
Liquidazione e stoccaggio, ossia Wannsee e la circolare Pohl: queste parole rappresentano le due anime del nazionalsocialismo che si scontrarono sulla questione del trattamento della razza inferiore. Secondo i nazisti idealisti, in accordo con i dettami del Mein Kampf, la razza inferiore avrebbe dovuto essere sterminata totalmente, per i nazisti “realisti e pragmatici”, invece, avrebbe dovuto essere sfruttata, pur sempre fino alla morte, per il sostegno e l’incremento dello sforzo dell’industria bellica.
“Tutto il meccanismo di morte si basava su questo solo principio: che la gente non sappia né dove arriva né cosa l’aspetta. Per i nazisti l’imperativo era: che tutto si svolga senza scosse, senza nessun intoppo. Non si può perdere tempo.”
(Rudolf Vrba, superstite di Auschwitz in C. Lanzmann, Shoah)
Il campo di Birkenau rappresentò bene il compromesso tra queste due correnti di pensiero. Fu ideato inizialmente come una struttura semplice: con la Judenrampe, dove venivano fatti fermare i convogli e si procedeva alla selezione degli Ebrei, due Bunker (I e II), per le gassazioni, distanti da questa, ricavati da due case coloniche, riadattate e con chiusure stagne, e un’area limitrofa in cui seppellire i cadaveri in fosse comuni. Questa struttura fa sì che si possa tracciare un parallelismo tra Birkenau e i campi di sterminio dell’Action Reinhard: Sobibor, Belzec e Treblinka7.
In seguito, però, all’evoluzione del progetto nazista, Himmler, con la seconda visita al campo avvenuta il 17 e 18 luglio 1942, diede nuovi ordini sia per il mantenimento ed incremento della capacità di messa a morte sia per la preparazione di un’area di concentramento per il mantenimento in vita, per il tempo giudicato economicamente utile al Reich, di un’esigua minoranza di selezionati, dando perfetta attuazione al protocollo di Wannsee e alla circolare Pohl.
“Oggi, a mezzogiorno, ero presente ad un’azione speciale al campo delle donne: il colmo dell’orrore. Il Hauptscharfuehrer Thilo (medico di guarnigione) aveva ragione di dirmi che oggi ci saremmo trovati qui a l’anus mundi”
(SS Johan Paul Kremer 5-09-42, in Auschwitz vu par le SS)
I costanti arrivi di deportati, a cadenza giornaliera, avevano dimostrato l’insufficienza delle strutture di sterminio esistenti a Birkenau, perciò vennero previsti quattro Krematorium composti da camere a gas e impianti di cremazione: il Krematorium II e III, con camera a gas e cinque forni a tre muffole l’uno, ed il Krematorium IV e V con piccole camere a gas con due fornaci a quattro muffole l’una. I primi due impianti erano i più sofisticati ed i più capienti8. L’amministrazione del campo e la I.G. Farben capirono che la presenza della mano d’opera concentrazionaria in un territorio più vicino agli stabilimenti (la fabbrica di Buna distava 7 km. dal campo), avrebbe dato vantaggi economici ad entrambe. Nell’estate del 1942, infatti, fu stabilito un accordo9, tra SS e industrie, che proibiva di impiegare nei lager la mano d’opera specializzata delle imprese private, ma consentiva a quest’ultime l’utilizzo in affitto dei detenuti e la creazione di lager distaccati in corrispondenza delle fabbriche di interesse bellico. Venne allora costruito, a fianco del polo industriale di Buna, il complesso di Monowitz che divenne, in breve, un campo a sé stante.
Dal 1943, a Birkenau, divennero routine le uccisioni giornaliere negli impianti di messa a morte, ma acquisivano sempre più importanza anche le selezioni degli abili al lavoro.
Gli Stücke venivano immatricolati mediante tatuaggio, peculiarità dei deportati ebrei ad Auschwitz10, per poi essere registrati. Solo chi superava le prime selezioni era, infatti, annotato sui registri del campo.
Il 1943 fu l’anno dell’ultimazione del settore B II di Birkenau. Questo fu strutturato come un insieme di lager suddivisi, tramite filo spinato elettrificato, in più settori tra cui ve ne erano due destinati all’alloggio di famiglie ebree provenienti da Terezin11 e di famiglie zingare provenienti dai territori occupati dal Reich. Questi campi servivano, soprattutto, per la propaganda e non salvavano i loro occupanti da successive selezioni. Le selezioni periodiche, infatti, colpivano anche chi avesse superato la selezione iniziale.
“Ad Auschwitz dovetti ispezionare le installazioni. C’erano delle grandi costruzioni con delle ciminiere, simili a fabbriche Hoess mi disse che la capacità di ognuna era di diecimila persone al giorno. Mi fece anche vedere quelle scatole rotonde con le quali uccidevano la gente. Ma non volli vedere come gassavano gli ebrei, perché sarei svenuto…”
(Eichmann al processo di Gerusalemme, in S. Minerbi)
La popolazione concentrazionaria offriva anche la possibilità a Birkenau di diventare un polo per la “ricerca medica”. Le sperimentazioni, compiute su cavie umane, non solo erano criminali, ma avevano un valore nullo secondo l’odierna scienza medica, poiché erano fatte per mero capriccio, in condizioni per lo più precarie, e su malattie per lo più cagionate. Queste sperimentazioni vennero attuate sia nello Stammlager, esattamente nel blocco 10, che a Birkenau e comprendevano ricerche nell’ambito della sterilizzazione femminile e maschile, da parte del Dr. Clauberg e Schumann, del siero sanguigno (Dr. Weber), dell’elettroshock (Dr. Koenig), dell’atrofizzazione del fegato, mediante i cambiamenti dovuti alla fame (Prof. Kremer), lo studio dell’epatite provocata ed esperimenti farmacologici (Dr. Kaschub) e lo studio, mediante esperimenti ed interventi, su gemelli monozigoti (Dr. Mengele)12.
Tra marzo e giugno del 1943 entrarono in funzione i quattro Krematoria e venne smantellato l’ormai obsoleto Bunker I. Tra la fine del 1943 ed i primi mesi del 1944 Birkenau raggiunse il massimo dell’espansione e furono ultimate le strutture della Zentralsauna (una delle industrie che fornirono la propria opera fu, ancora una volta, la Topf), dove poter immatricolare le persone selezionate agli arrivi e procedere alla disinfezione dei deportati e dei capi di vestiario. In quest’anno furono creati i magazzini del settore Kanada dove vennero stoccati i beni confiscati ai deportati (dalle stoviglie ai vestiti, dai pennelli da barba alle coperte). Fu l’anno della massima ottimizzazione della capacità di messa a morte degli impianti del campo. Il numero di vittime prodotte dalle camere a gas fu a tal punto superiore alla capacità di smaltimento dei forni crematori da indurre a riprendere le cremazioni a cielo aperto.
Il 2 maggio 1944 ebbe inizio la “azione ungherese”: la deportazione e lo sterminio degli Ebrei provenienti dall’Ungheria. Per velocizzarne i tempi di attuazione e rendere possibile l’uccisione di queste altre 750.000 persone, venne creato un prolungamento ferroviario: la Bahnrampe, che portava fino all’interno del campo. In tal modo le selezioni potevano avvenire direttamente nel campo, dove i luoghi di sterminio, quando non erano nascosti da frasche e palizzate, proprio per l’aspetto simile a quello di fabbriche potevano trarre in inganno i nuovi arrivati. La presenza, poi, sulla banchina all’interno del campo di deportati già di stanza a Birkenau, vestiti con uniformi a righe, accanto ai medici e ai soldati addetti alle selezioni, era un altro elemento di finzione. Tutto era stato studiato dalle SS affinché anche la vista di questi deportati in uniforme tranquillizzasse i nuovi arrivati, facendo loro credere di essere giunti in un campo di lavoro e non di sterminio.
Con l’approssimarsi della fine della guerra si ebbe un incremento della “liquidazione” delle persone all’interno del campo e si iniziò a distruggere i luoghi che, una volta visti dagli Alleati, avrebbero dovuto rivelare al mondo intero la loro vera finalità.
Il 10-12 luglio venne liquidata la parte del campo in cui venivano rinchiuse le famiglie ebraiche provenienti dal campo di Terezin.
Il 2 agosto viene liquidato il settore di Birkeanu in cui erano stati deportati gli zingari, destinati anche loro allo sterminio, come era accaduto per gli Ebrei.
Nell’agosto 1944, Auschwitz I contava 40.000 presenze e 28 blocchi, mentre Birkenau era costituito da 360 blocchi di cui 250 destinati ai deportati ebrei. In una sola notte di agosto vennero liquidati gli ultimi 4.000 zingari ancora in vita a Birkenau13.
Il 18 settembre 1944 giunse l’ultimo convoglio a Birkenau. Il 1° ottobre 1944 fu fatta l’ultima e più crudele selezione. Il 7 ottobre i membri del Sonderkommando con un atto di rivolta, sfociata poi in un bagno di sangue, misero fuori uso il Krematorium IV. Questo fu il più violento ed organizzato atto di resistenza dei deportati nell’universo Auschwitz. Qui, resistere assumeva diverse forme: gesti di solidarietà nei confronti dei compagni, tentativi di sabotaggio nella produzione e nello stoccaggio delle merci, tentativi di fuga e di contatti con l’esterno per informare il mondo di ciò che lì succedeva. Nei confronti “del problema Auschwitz”, l’opinione pubblica venne sempre sviata dalle autorità e, talvolta, sembrò quasi disinteressarsene. Ne è la prova che le prime fotografie aeree del sistema concentrazionario di questa zona, che evidenziavano gli impianti di messa a morte degli Ebrei e degli Zingari, furono scattate solo, quasi incidenter tantum, il 13 settembre 1944. Il 14 ottobre Himmler ordinava di sospendere le eliminazioni e da novembre ad Auschwitz non si procedette più a nuove selezioni né arrivarono nuovi convogli, anche se il Krematorium V restò attivo fino al 18 gennaio 1945.
La guerra stava finendo ed il destino del Terzo Reich sembrava ormai segnato. Con l’avvicinarsi delle truppe di liberazione venne attuato il piano di occultamento degli impianti di messa a morte, per cui dal novembre 1944, vennero smantellati in toto i Krematorium II e III e furono bruciate gran parte delle liste dei deportati. Vennero smontati i Blocchi di un intero settore del campo e si procedette al livellamento delle fosse del Krematorium IV. Il 1945 segnò la fine del campo con cinque date memorabili in rapida successione: il 17 gennaio venne fatto l’ultimo appello, il 20 gennaio una squadra di SS fece saltare ciò che restava dei Krematoria II e III, il 23 gennaio vennero occultare in parte le prove della predazione dei beni degli Ebrei, con l’incendio dei magazzini del Kanada, le cui fiamme durarono fino all’ingresso delle truppe sovietiche il 27 gennaio. Soltanto un giorno prima, il 26 gennaio, all’una del mattino, venne fatto saltare dai soldati tedeschi il Krematorium V14.
A loro arrivo, i soldati sovietici trovarono gran parte della documentazione che oggi è giunta a noi: piani di costruzione, carteggi amministrativi e tutto ciò che con “bolli e protocolli” aveva ridotto a numero e pratica economico-amministrativa la vita di milioni di persone. Per poter avere, però, piena coscienza della vita nei campi e sotto-campi di Auschwitz è doveroso rivolgere uno sguardo alle memorie di ex deportati ed ex SS, affinché rendano viva con la microstoria le immagini difficili da interpretare di ciò che resta della fabbrica dello sterminio
(da A. Bienati, Voci da un dramma collettivo, Proedi, Milano 2002)

Nei primi blocchi l’esposizione museale ha il compito di illustrare il meccanismo e il funzionamento del lager: blocco 4 – organizzazione della selezione e dello sterminio; blocco 5 – prove materiali dei crimini; blocco 6 – vita del deportato; blocco 7 – condizioni di vita e di igiene
“[Auschwitz] fu anche un’estensione del moderno sistema di fabbrica. Invece di produrre merci, esso utilizzava gli esseri umani come materia prima e sfornava la morte come prodotto finale, con le quantità giornaliere accuratamente riportate sul rendiconto dei dirigenti. Le ciminiere, simbolo stesso del moderno sistema di fabbrica, sputavano l’acre fumo prodotto dalla combustione della carne umana. La rete ferroviaria dell’Europa moderna, perfettamente organizzata, trasportava alle fabbriche un nuovo genere di materia prima, così come faceva con altri materiali. Nelle camere a gas le vittime respiravano vapori tossici generati da pastiglie di acido prussico, prodotte dall’avanzata industria chimica tedesca. Gli ingegneri progettarono i crematori, gli amministratori crearono un sistema burocratico funzionante con un fervore e un’efficienza che nazioni più arretrate avrebbero invidiato. Persino lo stesso progetto complessivo era un riflesso del moderno spirito scientifico deviato dalla propria strada. Ciò di cui siamo stati testimoni non era altro che un enorme progetto di ingegneria sociale”
H.L. Feingold, “How Unique is the Holocaust?”, cit. Zygmunt Bauman, Modernita’ e olocausto. il Mulino, Bologna 1992.
BLOCCO 4 – LO STERMINIO
Sala 1, piano terra – Il KL Auschwitz era il maggior campo di concentramento nazista per polacchi e detenuti di altre nazionalità che il nazismo condannò all’isolamento e alla morte graduale per fame, per lavoro pesante, per gli esperimenti, ed anche alla morte immediata in seguito ad esecuzioni singole o collettive. Dal 1942 il campo di concentramento diventò anche il maggior centro di sterminio degli ebrei europei. La maggioranza degli ebrei deportati al KL Auschwitz morì nelle camere a gas immediatamente dopo l’arrivo senza alcuna registrazione e schedatura. L’urna con un pugno di ceneri raccolte nell’area del campo di concentramento ricorda coloro che vi sono morti.
Sala 2, piano terra – Nel KL Auschwitz morirono cittadini di molti stati, uomini di diverse convinzioni politiche e religiose, popolazione civile, membri della resistenza e prigionieri bellici. Una delle prove di questo crimine è la copia originale del registro dei decessi, custodita attualmente nell’Archivio del Museo: alcune pagine fotocopiate di questo registro sono esposte sotto vetro. Degne di particolare attenzione sono le rubriche dove sono stati registrati, con intervalli di 5-10 minuti, ora e motivi fittizi della morte. Nel KL Auschwitz furono sterminati anche 21.000 Rom e Sinti. Una delle prove di questo crimine sono i registri del campo degli zingari, rubati e nascosti dai detenuti. Alcune pagine fotocopiate dei suddetti registri sono esposte sotto vetro.
Sala 3, piano terra – La distanza percorsa dai deportati ad Auschwitz toccava, anche, i 2400 km. Percorrevano quella distanza in vagoni merce piombati e sigillati, senza ricevere alcun vitto. Schiacciati nei vagoni viaggiavano verso Auschwitz a volte 7 e persino 10 giorni. Quando all’arrivo venivano tolte le spranghe che bloccavano le porte dei vagoni, risultava spesso che parte dei deportati, soprattutto vecchi e bambini, era deceduta: i rimanenti si trovavano in uno stato di estremo esaurimento.
I treni si fermavano alla stazione merci di Auschwitz. Nel 1944, quando fu terminata la costruzione di un apposito scalo ferroviario, proseguivano fino a Birkenau (KL Auschwitz II-Birkenau), dove gli ufficiali e medici delle SS selezionavano gli ebrei deportati, inviando gli abili al lavoro al campo e i ritenuti inabili alle camere a gas. Secondo le dichiarazioni di Rudolf Höss circa il 70-75% degli internati è stato portato alle camere a gas. Un grande pannello al centro della stanza illustra le distanze chilometriche di alcuni trasporti da varie nazioni europee verso Auschwitz. Sul lato sinistro in una nicchia è sistemato il modellino di un carro bestiame pieno di deportati. Dell’esposizione fanno parte alcune fotografie originali di un album di circa 200 fotografie scattate nel 1944 da un uomo delle SS a Birkenau durante le operazioni di sterminio degli ebrei dall’Ungheria (Sonderaktion Ungarn).
Sala 4, primo piano – Nel modello della camera a gas e del crematorio II si possono vedere le persone che entrano nello spogliatoio sotterraneo. Sono tranquilli, dopo la selezione i nazisti li hanno assicurati che li portano a lavarsi. È stato ordinato loro di togliersi gli abiti e di passare in un altro locale sotterraneo simile ad un bagno. Al soffitto sono installate delle docce per le quali non è mai passata l’acqua. In questo locale di 210 mq di superficie sono condotte circa 2000 vittime. Dopo la chiusura della porta della camera a gas viene esalato nel locale da fessure nel soffitto il gas “Zyklon B”. Nel giro di 15-20 minuti le vittime muoiono soffocate. Ai cadaveri vengono estratti i denti d’oro, tagliati i capelli, sfilati gli anelli e gli orecchini, poi i corpi sono trasportati ai forni crematori situati al piano terra, o, quando questi non sono sufficienti, bruciati su roghi. Sulle pareti della sala sono appese 3 fotografie scattate illegalmente da un detenuto nel 1944. Raffigurano delle donne portate alla camera a gas e la cremazione dei cadaveri sul rogo.
Sala 5, primo piano – Quando l’esercito sovietico giunse ad Auschwitz trovò circa 7000 kg di capelli conservati in sacchi nei magazzini del campo di concentramento. Erano i resti dei capelli che le autorità del campo non erano riuscite a vendere e inviare alle fabbriche situate nel cuore del III Reich. L’analisi dei capelli ritrovati condotta nell’Istituto di Perizia Giudiziaria vi ha rivelato la presenza di acido prussico, elemento venefico proprio dei preparati noti sotto il nome di “Ziklon”. Con i capelli umani le ditte tedesche producevano fra l’altro traliccio per sacchi da imballaggio. I denti d’oro estratti ai cadaveri degli uccisi erano fusi in barre ed inviati all’Ufficio Sanitario Centrale delle SS. Le ceneri umane erano usate come fertilizzanti o gettate negli stagni circostanti e nei letti dei fiumi.
Sala 6, piano terra – Tutti gli averi portati al campo di concentramento dai deportati erano confiscati, immagazzinati e successivamente inviati nel cuore del III Reich per i bisogni delle SS, della Wermacht e della popolazione civile. Con l’avvicinarsi dell’esercito sovietico ad Auschwitz i magazzini furono rapidamente svuotati, inviando in Germania soltanto gli oggetti più preziosi. Qualche giorno prima della liberazione del campo, nell’ambito dell’operazione di cancellazione delle tracce dei crimini, i nazisti dettero fuoco ai magazzini. Andarono in fumo 30 baracche, nelle rimanenti dopo la liberazione furono trovate migliaia di paia di scarpe, di vestiti, spazzole, pennelli da barba, occhiali, protesi ecc.
BLOCCO 5 – PROVE MATERIALI DEI CRIMINI
Nelle seguenti sale si trovano gli oggetti sottratti ai deportati al momento del loro ingresso nel complesso concentrazionario di Auschwitz e ritrovati dopo la liberazione.
Pianoterra, prima stanza a destra: in una teca si vedono dei barattoli di lucido per scarpe.
Stanza n. 1: vetrina a muro con numerose paia di occhiali e gli scialli per la preghiera ebraica.
Stanza n. 2: grande vetrina a muro con protesi ortopediche, busti e grucce.
Stanza n. 3: vari attrezzi da cucina, migliaia di contenitori per cibi.
Stanza n. 4: una grande vetrina a muro con centinaia di valigie con nome della famiglia e luogo di provenienza; di fronte c’è una teca in cui sono esposti abiti e calzature di bimbi; a lato dell’ingresso in una vetrina a muro sono visibili numerose paia di calzature di adulti.
Stanza n. 5: due grandi vetrine a muro affrontate colme di calzature.
Stanza n. 6: una grande vetrina a muro con un cumulo di spazzole, spazzolini e pennelli.
BLOCCO 6 – LA VITA QUOTIDIANA DEL DEPORTATO
Sala 1, piano terra – Parte degli internati dei convogli che arrivavano al KL Auschwitz era portata direttamente al campo senza essere sottoposta a selezione. Li morivano in seguito alla fame, alle esecuzioni, al lavoro sovrumano, alle punizioni, alle micidiali condizioni igieniche, agli stenti, alle malattie e alle epidemie. A seconda dei motivi dell’arresto i detenuti erano contrassegnati da triangoli di diverso colore, cuciti sulle casacche degli internati insieme al numero di matricola. Una parte degli internati portava triangoli di colore rosso, assegnato ai prigionieri politici. I detenuti ebrei ricevevano una stella formata da un triangolo di colore giallo incrociato con un triangolo che doveva indicare il motivo del loro arresto. I triangoli neri erano destinati ai Rom e ai detenuti ritenuti asociali dai nazisti. Agli studiosi delle Sacre Scritture erano assegnati dei triangoli viola, agli omosessuali rosa e ai criminali verdi.
Uno dei tormenti della vita del campo erano gli appelli durante i quali si controllava il numero dei detenuti. Duravano a volte per ore, in alcuni casi anche più di dieci ore (può servire da esempio l’appello del 6 luglio 1940, prolungatosi per ben 19 ore).
Oltre alle esecuzioni e alle camere a gas un efficace mezzo di sterminio era il lavoro. I detenuti erano utilizzati in diversi settori lavorativi. Inizialmente lavorarono all’ampliamento del campo di concentramento livellando il terreno, costruendo nuovi blocchi e baracche, strade, canali di prosciugamento. La maggior parte dei detenuti fu utilizzata a Monowice; altri cami di concentramento, filiali di Auschwitz, furono situati in Slesia nelle vicinanze di fonderie, miniere di fabbriche. I detenuti lavoravano qui, tra l’altro, all’estrazione del carbone, alla produzione di armi e di prodotti chimici.
Sala 2, piano terra – Il valore dell’alimentazione quotidiana nel campo era di circa 1300-1700 calorie. A colazione il detenuto riceveva circa 1 litro di “caffè”, ovvero di un decotto di erbe, a pranzo circa 1 litro di minestra senza carne, spesso cotta con verdure avariate. La cena consisteva in circa 300-350 grammi di pane nero duro come pietra, in quantità irrisorie di un altro alimento (ad es. 20 gr. di salame o 30 gr. di margarina o formaggio) e da un liquido d’erbe o “caffè”. Il lavoro pesante e la fame causavano l’esaurimento totale dell’organismo. La carenza di alimenti sufficienti portava spesso alla morte per fame. Le fotografie collocate sulle tavole a muro, scattate dopo la liberazione del campo, mostrano detenute di un peso che varia dai 23 ai 35 kg.
Sala 3, piano terra – È difficile oggi immaginare le scene tragiche che si svolgevano quotidianamente nel campo di concentramento. Gli ex detenuti artisti nella loro creazione hanno creato di rendere l’atmosfera di “quei giorni”. Sono le loro testimonianze, messe in forma plastica, raffiguranti diverse scene della vita del campo.
Sala 4, piano terra – Ad Auschwitz erano presenti pure bambini portati al campo insieme agli adulti. Nel campo ricevevano lo stesso trattamento degli adulti. La maggior parte dei bambini perì nelle camere a gas immediatamente dopo l’arrivo. Pochi selezionati, erano condotti al campo, dove erano soggetti allo stesso rigore degli altri. Alcuni bambini (ad es. i gemelli) servivano da cavie per esperimenti criminali. Alla parete una serie di fotografie di bambini e giovani e nella teca situata sotto sono esposti abiti e calzature di infanti.
BLOCCO 7 – CONDIZIONI DI VITA E DI IGIENE
Piano terra – Le condizioni abitative, sebbene differenti nei vari periodi di esistenza del campo, furono sempre disastrose. I detenuti arrivati con i primi convogli dormivano sulla paglia sparsa sul pavimento di cemento, successivamente si usarono i pagliericci. In una sala che poteva contenere a fatica 40-50 persone dormivano circa 200 persone. I pancacci a tre piani introdotti successivamente non migliorarono di molto le condizioni abitative. Proseguendo nel corridoio, a sinistra, si incontra l’area del Wascheraum, le latrine e i lavatoi.
Nel campo madre la maggior parte degli internati abitava in blocchi in muratura ad un piano, a Birkenau invece in baracche senza fondamenta direttamente sulla terra acquitrinosa. Le fotografie e i modelli dei due tipi di baracche a Birkenau (in muratura e di legno) mostrano le condizioni abitative e sanitarie nel campo di concentramento. Il clima malarico di Oświęcim, le pessime condizioni abitative, la fame, il vestiario insufficiente e non lavato per lunghi periodi, i topi e gli insetti erano causa della diffusione di malattie ed epidemie che decimavano i prigionieri del campo. I più deboli e coloro che non davano speranze di pronta guarigione erano portati nelle camere a gas oppure soppressi in ospedale con iniezioni di fenolo al cuore.
BLOCCO 10 – LE SPERIMENTAZIONI
Qui fu istituita la “stazione sperimentale”, al fine di elaborare un metodo per lo sterminio biologico dei popoli, affidata al dotto Carl Clauberg, primario del reparto di ginecologia dell’ospedale di Chorzòw, specializzato in ricerche sulla sterilizzazione delle donne. Insieme a lui collaborarono:
E. Wirths, faceva ricerche sul cancro al collo all’utero
J. Mengele, faceva esperimenti antropologici sugli zingari e i gemelli
E. Kashub, effettuava esperimenti dermatologici
P. Kremer, ricercava gli effetti della malnutrizione negli organi interni
H. Schumann, faceva esperimenti di sterilizzazione
BLOCCO 11 – “IL BLOCCO DELLA MORTE”
Il cortile tra i blocchi 10 e 11 è recintato da ambo i lati da un alto muro. Le persiane in legno fissate alle finestre del blocco 10 dovevano rendere impossibile l’osservazione delle esecuzioni. Nel cortile del blocco 11 erano eseguite pure le fustigazioni e la pena del paletto, che consisteva nell’appendere i detenuti per le mani legate dietro alla schiena.
Piano terra – Nel primo locale a destra stavano gli uomini di guardia delle SS. Nelle altre sale a destra ed a sinistra del corridoio erano alloggiati i prigionieri in attesa della sentenza del tribunale speciale, che arrivava al KL Auschwitz da Katowice e, dopo sedute di 2-3 ore (nella prima sala a sinistra), emanava spesso decine e decine di condanne a morte. Più oltre la stanza delle torture e delle fustigazioni con il cavalletto sul quale i detenuti erano distesi per le frustate e la forca mobile per le impiccagioni. I condannati venivano giustiziati al “Muro della Morte”. Prima della fucilazione tutti dovevano spogliarsi nei bagni (a metà corridoio).
I sotterranei – Nel settembre 1941 furono fatte qui le prove di uccisione di massa con il “Ziklon B”. Morirono allora circa 600 prigionieri bellici sovietici e 250 detenuti malati dell’ospedale del campo.
Nei sotterranei si possono vedere 3 tipi di celle punitive. La maggior parte sono celle comuni dove erano rinchiusi i prigionieri durante l’istruttoria. La cella 18 è una delle celle dove erano sbattuti i prigionieri condannati a morte per fame. Nel 1941 le autorità del campo rinchiusero qui, tra gli altri, il sacerdote polacco padre Maksymilian Kolbe, che sacrificò la sua vita per salvare quella di un altro internato.
La cella 20 era una segreta nella quale si verificavano casi di morte in seguito a soffocamento per mancanza d’aria. Nella cella 22 si trovano 4 piccoli bunker punitivi delle dimensioni di 90 x 90 cm., nei quali venivano chiusi 4 prigionieri alla volta tenuti a scontare una punizione speciale.
LA RESISTENZA – Nonostante le difficili condizioni di vita, il terrore e i pericoli costanti, i prigionieri riuscivano a svolgere attività cospirativa contro le SS all’interno del campo di concentramento. Essa si manifestava sotto diverse forme. Allacciando contatti con la popolazione polacca residente nelle vicinanze del campo, si rendeva possibile la consegna dei pacchi di alimenti e medicine ai prigionieri. Dal campo venivano trasmesse informazioni sui crimini compiuti dalle SS, si davano elenchi con cognomi dei detenuti e degli uomini delle SS, si cercava di far fuoriuscire le prove dei crimini. Tutto ciò che era inviato fuori del campo era nascosto in diversi oggetti, spesso appositamente preparati a tal fine, e la corrispondenza tra il campo di concentramento e i centri della resistenza nel paese era cifrata. Nel campo si ebbero pure azioni di aiuto reciproco tra gli internati. Viva era anche la propaganda a favore della solidarietà internazionale contro il nazifascismo e l’attività culturale, consistente in discussioni e incontri cospirativi, nella recitazione di poemi nazionali e nell’organizzazione illegale degli offici divini. Si sviluppava anche la produzione illegale di opere plastiche.
IL PIAZZALE DELL’APPELLO – Durante gli appelli le SS contavano i detenuti verificandone la presenza. Agli appelli spesso si compivano pubblicamente esecuzioni capitali sulla forca mobile o su quella collettiva, una riproduzione della quale si trova sul piazzale.
IL CREMATORIO E LA CAMERA A GAS – Il crematorio è situato al di fuori del recinto del campo di concentramento. Davanti alla sua entrata, nel posto dove nel periodo di attività del campo di concentramento si trovava la baracca della Gestapo, si può vedere la forca alla quale il 16 aprile 1947 fu eseguita la sentenza di condanna a morte del primo comandante del KL Auschwitz Rudolf Höss.
Il locale più vasto nel crematorio era l’obitorio, che fu convertito in camera a gas provvisoria, Qui negli anni 1941-1942 furono uccisi i prigionieri bellici sovietici e gli ebrei dei ghetti organizzati dai nazisti in Alta Slesia. Nell’altra parte dello stabile si trovano due dei tre forni crematori, nei quali venivano cremati 350 corpi nel giro di 24 ore, ricostruiti con elementi metallici tedeschi originali conservati. In ogni forno venivano gettati contemporaneamente 2-3 cadaveri. Il crematorio era stato costruito dalla ditta Topf und Söhne di Erfurt, la stessa che negli anni 1942-1943 montò i forni dei quattro crematori di Birkenau. Il nome della ditta è evidenziato su alcuni elementi in ferro dei forni. Il crematorio funzionò negli anni 1940-1943.

A circa 3 km di distanza dal campo madre si trova il secondo campo – KL Auschwitz II Birkenau – costruito nell’area del paese di Brzezinka. In questo campo, con una superficie di circa 175 ettari, furono costruite più di 300 baracche. Non tutte sono sopravvissute fino ad oggi. Se ne sono conservate quasi per intero 45 in muratura e 22 in legno. Al posto delle baracche bruciate e distrutte sono rimasti oggi solo i camini e i contorni dei luoghi dove sorgevano.
A dominare il campo, tagliandolo in due come una ferita, è la rampa ferroviaria che parte dalla torretta di guardia e termina presso le rovine di due crematori e rispettive camere a gas fatti saltare in aria dalle SS in ritirata, nel tentativo di cancellare le tracce dei crimini commessi.
L’inizio della costruzione del campo è di ottobre 1941. La zona venne bonificata dai deportati, soprattutto sovietici, provenienti da Auschwitz I ed in seguito si iniziò a costruire il primo dei tre settori (BI). Negli anni successivi venne completata la costruzione del settore BII, mentre il settore BIII, chiamato Messico dai deportati, rimase incompleto. Il Lager venne poi dotato di quattro edifici comprensivi di camera a gas e forni crematori; fu ampliato il settore BII per allestire una zona di raccolta degli oggetti requisiti ai deportati, il Canada, e la “Sauna” per le procedure di ingresso.
LA RAMPA ESTERNA
A partire dalla primavera 1942, quando Birkenau è destinato allo sterminio sistematico degli ebrei europei, fu predisposta una linea ferroviaria secondaria non distante dalla stazione di Oświęcim, la Judenrampe che arrivava a circa 800 metri dal portale principale. Gli ebrei abili raggiungevano a piedi il campo, gli ammalati ed anziani erano trasportati su camion verso le camere a gas.
LA RAMPA INTERNA
Con l’arrivo massiccio degli ebrei ungheresi, nel maggio 1944, per accelerare il lavoro dli scarico dei treni fu completato il tratto di binario, La Bahnrampe che, così, entrava direttamente nel campo
TORRETTA DI GUARDIA all’entrata, domina il campo intero. È chiaro che era la prospettiva delle SS, preclusa all’osservazione di qualsiasi internato. Si può osservare tutta l’area, dalla zona delle selezioni allo scalo ferroviario, dalle baracche in muratura ai resti di quelle in legno, da ciò che resta dei crematori ai filari di betulle che danno il nome al campo, fino agli edifici più lontani della Zentralsauna dove venivano effettuate le procedure di ammissione al campo.
Da questo punto si può dividere il campo in due parti: a destra le baracche in legno, forse la parte più suggestiva del campo, qui la prima linea è ben conservata mentre sul fondo domina lo scheletro di quello che è rimasto; a sinistra le baracche in muratura in buon stato di conservazione.
LE BARACCHE IN LEGNO (alla destra dello scalo ferroviario) erano stalle da campo per 52 cavalli dove, dopo avervi apportato qualche piccola modifica, si giunse ad alloggiarvi fino a 400 detenuti. Al centro delle baracche furono costruiti dei camini, attraverso i quali passava il fumo, che avrebbero dovuto riscaldare l’interno.
B II a / 15 – BARACCA CON LETTI
Esempio di baracca in legno ancora intatta. Le baracche di questo settore sono conservate allo stato originario. La maggior parte ora sono vuote, mentre qualcuna (come questa) conserva ancora la stufa o i letti di legno a castello.
B II a / L – LATRINE
Ogni settore del campo aveva le sue latrine, costituite semplicemente da una lunga serie di sedili in muratura con fori centrali. In nessuna di queste era preservata l’intimità del detenuto.
LE BARACCHE IN MURATURA sono situate alla sinistra dello scalo ferroviario. Sono costruite senza fondamenta, reggendosi sul terreno pantanoso. La maggioranza delle baracche non aveva il pavimento, ma solo terra battuta che spesso si trasformava in un pantano. Nelle baracche in muratura alloggiavano le detenute che dormivano in cuccette a tre piani su paglia marcia e rancida. Su un piano dormivano circa 8 persone.
B I a / 28 – INFERMERIA
Il 28 dicembre 1942 nella baracca 28, nell’infermeria per le detenute del campo femminile, il dott. Carl Clauberg incomincia gli esperimenti di sterilizzazione sulle donne. A tale scopo molte detenute sono alloggiate nella baracca adiacente a sua completa disposizione. Periodicamente compie interventi iniettando liquido nell’utero delle prigioniere e sottoponendole poi a radiografie. Specialista nella cura della sterilità femminile, il suo metodo consisteva nell’introduzione negli organi genitali di una sostanza chimica irritante, provocante gravi infezioni, che nel giro di alcune settimane portavano all’occlusione dell’ovidotto. Molte donne morivano per effetto degli esperimenti, altre venivano uccise per poterne eseguire l’autopsia. Qui medici e infermiere nazisti uccidevano con iniezioni di fenolo al cuore neonati e madri.
B I a / 30 – ESPERIMENTI SU DONNE
In questa baracca il dottor Horst Schumann ebbe a disposizione le stazioni di “sterilizzazione radiografica” precedentemente approntate e fornite di due attrezzature per i raggi X della ditta Siemens (i cosiddetti Rontgenbombe) collegati tramite una serie di cavi a una cabina di comando schermata dalla quale Schumann le azionava. Al fine di stabilire la dose ottimale di raggi necessaria per ottenere la sterilizzazione completa, sperimentava sulle cavie umane dosi diverse in diversi intervalli di tempo. Le radiazioni provocavano bruciature, ustioni, infiammazioni e in alcuni casi la morte. Nella medesima baracca operava anche il dottor Clauberg per le radiografie alle internate sottoposte ai suoi esperimenti.
B I a / 25 – BARACCA DELLA MORTE
Nella baracca n. 25 le SS spingevano le prigioniere indebolite, stanche e malate. La baracca, isolata dalle altre, era sempre colma. Qui le prigioniere vi attendevano per alcuni giorni la loro fine. Poiché attendevano la morte, non ricevevano più cibo, neppure in piccola parte. Se la baracca era troppo piena, o se il numero delle nuove persone da uccidere diminuiva, allora arrivavano i mezzi di trasporto per quelle prigioniere. Le più deboli venivano buttate sulle vetture. Poi le vetture si dirigevano verso le camere a gas dove erano uccise col gas Zyklon B. Le baracche 25 e 26 sono unite da un muro che le chiude a formare un unico spazio. La baracca 25 ha tuttora, all’ingresso, due piccole stanze dove dormivano le capoblocco, scelte tra le stesse deportate, e il dormitorio delle prigioniere, fatto di giacigli costruiti a file di tre piani di legno con spalliere in muratura. I giacigli (detti “koje”) sono costruiti a file di tre piani di legno con spalliere in muratura; su ogni giaciglio dormivano una media di 8 donne. Nell’adiacente baracca 26 si possono vedere un esempio di lavatoio e la latrina per le deportate.
B I a / 31 – BARACCA DEI BAMBINI DI MENGELE
Mengele portò avanti crudeli esperimenti sui bambini prigionieri. Si dedicò a esperimenti sui gemelli. Lo scopo era poter dimostrare scientificamente la superiorità della razza ariana e, una volta scoperti i meccanismi della gemellarità, incrementare con nascite gemellari la consistenza della popolazione tedesca. Mengele allestì dapprima un suo centro di sperimentazione nella baracca 32 degli zingari. Praticò esperimenti sui bambini imprigionati in due baracche, la 29 e la 31 del settore B I a che formavano un unico blocco denominato “kindergarten”, la sua privata, esclusiva, riserva di cavie umane. Se le povere vittime non morivano durante gli esperimenti, provvedeva a farli sopprimere. Quindi i corpi venivano, a questo punto, sezionati e studiati all’interno.
B I a / 13 – BARACCA DEI BAMBINI UNGHERESI E POLACCHI
In questa baracca sono stati rinchiusi, nel 1944, bambini di Varsavia con le loro madri, qui deportati dopo la rivolta antinazista avvenuta in città, e numerosi bambini ungheresi. Gli adulti provvedevano a prestare aiuto ai bambini e cercavano di proteggerli, decorando le pareti della baracca con scene colorate tratte dalle favole. All’interno, all’ingresso, c’è la scritta originaria e, di fronte, i disegni fatti a carboncino sulle pareti per “addolcire” la deportazione dei bambini di questo blocco.
B I b / 1-2 – BARACCHE DELLA STRAFKOMPANIE (COMPAGNIA DI PUNIZIONE)
Varcato il settore B I b, davanti al blocco delle cucine si vede un carro che serviva per il trasporto del pane. Subito dopo si trovano le baracche 1 e 2, destinate alla Strafkompanie (Compagnia di punizione) che si occupava dello scavo della palude. Il muro, il filo spinato ed elettrificato isolano questi due blocchi dal resto del Lager. Nel blocco 2 si vede per terra la sigla del blocco (S.K. O Strafkompanie) e, sulle pareti, copia dei disegni di una ex deportata che illustrano le punizioni e i tormenti inflitti alle deportate. Sulla parete in alto di fronte all’ingresso, un grande disegno fatto dai deportati per ricordare lo scavo del fossato Konigsgraben che costò molte vite.
B I b / 9 – BARACCA
Baracca suggestiva per i frammenti di coperte appese e gli ammonimenti dei tedeschi sulle pareti, del tipo “wassertrinken verboten”, cioè: vietato bere acqua.
KREMATORIUM II – KREMATORIUM III
Al termine dei binari dello scalo ferroviario si trovano, uno a destra e uno a sinistra, le rovine dei crematori Il e III con le rispettive camere a gas fatti saltare in aria dalle SS in ritirata, nel tentativo di cancellare le tracce dei crimini commessi. Il KII fu attivato il 31/4/1943 e restò in funzione fino al novembre 1944; il KIII funzionò dal 25/06/ 1943 al novembre 1944. Nelle rovine conservate si può distinguere chiaramente lo spogliatoio sotterraneo dove si spogliavano coloro che erano portati alle camere a gas e in superficie si possono vedere le tracce di 5 forni crematori (5 buchi lì dove erano i forni) e le rotaie sulle quali erano trasportati i cadaveri.
I KREMATORIUM IV E V
Il crematorio IV è stato edificato vicino alla sauna e al settore cosiddetto Kanada il 22/04/1943. Il 7 ottobre 1944 gli uomini del Sonderkommando del crematorio tentarono di ribellarsi. Dopo l’eliminazione di circa 200 uomini, il 23 settembre 1944, temendo un’ulteriore decimazione della squadra speciale, gli uomini del Sonderkommando erano riusciti a farsi passare dal settore Kanada un po’ di esplosivo con cui erano state preparate delle rudimentali granate e con queste danneggiarono in modo irreparabile i forni del crematorio IV. Un gruppo di 250 detenuti riuscì a fuggire e a raggiungere il vicino villaggio di Rajsko, dove furono uccisi in un granaio dato alle fiamme dai tedeschi; altri 200 uomini furono fucilati. Tra le SS vi furono tre morti e una dozzina di feriti.
Il crematorio V fu lasciato in attività dal 4 aprile 1943 fino al 18 gennaio del 1945, quando fu fatto saltare dai nazisti. Nell’ultimo periodo svolse solo funzioni sanitarie di distruzione dei cadaveri dei detenuti morti all’interno del lager per gli stenti o per la fatica legata al lavoro.
I BUNKER ESTERNI
Le prime camere a gas ad entrare in funzione a Birkenau, a marzo e giugno del 1942, furono ricavate da due case contadine nei pressi del bosco di betulle. Furono chiamate Bunker 1 e Bunker 2 (dai prigionieri dette anche casa rossa e casa bianca). Accanto a entrambe vennero installate due baracche in legno dove le vittime si spogliavano. I corpi delle vittime venivano portati a qualche centinaio di metri di distanza dal bunker e sotterrati in fosse comuni.
W – MONUMENTO INTERNAZIONALE ALLE VITTIME DEL NAZIFASCISMO
Tra le rovine dei crematori Il e III si trova il Monumento Internazionale in Memoria delle Vittime del Nazifascismo di Auschwitz, inaugurato nell’aprile del 1967. Non ci sono eccessive operazioni compositive, poiché il monumento è il campo, con le sue tracce non cancellabili. Per l’impossibilità di razionalizzare un dramma indicibile, la struttura architettonica, derivante dal rimodellamento del terreno, si configura come una piattaforma, una sorta di vuoto architettonico. Solo la scultura assume un significato simbolico: elementi monolitici di cemento e ganci di ferro reinterpretano, pietrificati, il motivo dei vagoni piombati e dei sepolcri. Intorno 22 lapidi in varie lingue ricordano tutti i morti nei campi di Auschwitz – Birkenau. Qui si terrà, alla fine del nostro passaggio, il breve e intimo momento di preghiera e commemorazione.
F – SAUNA
Nel punto più lontano dall’ingresso del campo, si trova la cosiddetta “Sauna”, dove venivano avviati i deportati ritenuti abili al lavoro dopo la prima selezione all’arrivo al campo. Qui avvenivano le operazioni di registrazione, molto complesse: la spoliazione, la rasatura, la depilazione, la doccia, la disinfestazione, la vestizione. Nella sauna è stato allestito un breve percorso museale che, attraverso la visita ai locali e la lettura dei pannelli, permette di comprendere la successione delle varie operazioni subite dai deportati. Si passa accanto a una serie di autoclavi per la disinfestazione degli abiti (Ioarschneideraum), si attraversa la sala della visita medica e della rasatura (untersuchungraum), quindi lo stanzone gelido della doccia (brausen) e, a fine percorso, ci si imbatte nelle fotografie ritrovate tra gli effetti dei deportati scomparsi nelle camere a gas, un vero muro di volti (giovani e vecchi, sorridenti e seri, uomini e donne). Nell’ultima stanza sono esposti vari oggetti tra i quali un vagoncino per l’asportazione delle ceneri, gettate nei corsi d’acqua o vendute agli agricoltori come fertilizzante.
B III – MESSICO
Il terzo segmento del campo di Birkenau, in gergo Messico, era destinato a 60.000 prigionieri. I lavori iniziarono verso la metà del 1943, ma nel gennaio del 1944 furono completate solo 32 delle 188 baracche previste, con ulteriori 35 nelle fasi di assemblaggio o allestimento.
Il Messico era un campo misto, di lavoro (è in questo campo, ancora in costruzione, che i prigionieri aspettavano di essere mandati in un campo di lavoro del Reich. Dal momento che non devono rimanere nel campo, non sono registrati) e di sterminio. Non c’erano bagni o latrine e molte delle le baracche non avevano letti a castello. La mortalità era spaventosa.
I prigionieri giravano nudi coperti solo di stracci e brandelli. Alla fine le SS distribuirono le coperte del Kanada. Gli sventurati erravano nel campo, vestiti con queste coperte di tutti i colori e allora il campo prese il nome di “Messico” nel gergo degli altri detenuti. Un’altra serie di testimonianze associava le miserrime condizioni in cui vivevano all’immagine del Messico come un paese povero e irrequieto con un’amministrazione disorganizzata. Lì ad Auschwitz, dove non c’era spazio per la dignità umana, “Messico” significava scendere un altro passo.

Porrajmos, che significa divoramento, è il nome con il quale l’intellettuale rom Ian Hancock, a partire dagli anni 90, ha dato un nome allo sterminio di oltre cinquecentomila zingari, la variante zigana della Shoah. Questo sterminio pianificato ed effettuato per ragioni puramente razziali è stato rimosso e assimilato alle comunque feroci persecuzioni di “asociali”, politici, testimoni di Geova, omosessuali, nonché genericamente mendicanti, vagabondi, prostitute, alcoolizzati… trascurando che i nazisti consideravano l’asocialità zingara non un comportamento deviante ma un dato genetico.
La Germania di Hitler eredita, e rilancia, un’intolleranza verso gli zingari di antichissima data e diffusa tra la popolazione. Furono sottoposti a leggi speciali e durissime, motivate con la necessità di prevenire e reprimere la criminalità e la delinquenza sociale. Nel 1899 a Monaco di Baviera si istituisce la Zingeunerpolizeistelle, cioè un apposito ufficio di polizia con compiti specifici di controllo degli zingari, ribattezzato nel 1926 in “Ufficio Centrale per la lotta alla piaga gitana”. Hitler venne nominato cancelliere nel gennaio del ’33. Dall’anno successivo divennero operativi controlli mirati, schedature e catalogazione di impronte digitali. In breve tempo, 1937, cominciarono le sterilizzazioni e i primi “trasferimenti” nel campo di lavoro di Dachau, destinato inizialmente agli “indesiderati”. Nel dicembre del ’38 Himmler emana un decreto che segna la fine della “questione zingara”, sinti e rom devono scegliere fra sterilizzazione e internamento. Il 16 dicembre 1942 Himmler firma l’ordine di internare gli zingari ad Auschwitz; avranno sul petto un triangolo nero e una Z cucita sul vestito.
In Italia la prima circolare ministeriale che ordina di «epurare il territorio nazionale» dagli zingari stranieri, molti dei quali erano efficienti artigiani, è del 1926; le leggi razziali del 1938 non colpirono solo gli ebrei ma anche la comunità zingara. L’internamento dei rom e sinti in Italia obbedisce agli ordini emanati l’11 settembre 1940 dal capo della polizia Arturo Bocchini. I campi di internamento potevano essere misti o solo per rom: Agnone, Boiano e Vinchiaturo nel Molise, Tossicia in Abruzzo, le Tremiti, Perdasdefogu in Sardegna, Gries (BZ), Tignano e Berra in Romagna.
C’è una questione sulla quale occorre soffermarsi un momento: dal punto di vista degli studi razziali condotti dagli pseudo-scienziati del Reich, i rom e i sinti venivano fatti risalire alla stessa radice etnica degli ariani, provenienti entrambi dal ceppo indo-europeo; tuttavia erano considerati “razza degenerata“, ariani decaduti perché mischiatasi nel tempo alle “peggiori popolazioni dell’asia sud-occidentale e dell’Europa sud-orientale“. Per questo molti furono oggetto di esperimenti biologici, altri vennero venduti a case farmaceutiche come la Pharma e la Bayer, che acquistò 150 internate per 170 marchi ciascuna.
Le cifre, e l’estensione geografica della deportazione e persecuzione zingara sono impressionanti: Romania 300.000; Russia 200.000; Ungheria 100.000; Slovacchia 80.000; Serbia 60.000; Polonia 50.000; Francia 40.000; Croazia 28.500; Italia 25.000; Germania 20.000; Boemia 13.000; Austria 6.500; Lettonia 5.000; Estonia 1.000 e Lituania 1.000; Belgio e Olanda 500; Lussemburgo 200.
Gli zingari hanno dato il loro contributo a liberare l’Europa dai nazisti.
In Jugoslavia presero parte attiva alla lotta di liberazione nazionale condotta dal partito comunista iugoslavo con a capo Tito. Al di là delle differenze nazionali, essi si unirono ai serbi e ai croati nella lotta contro il comune nemico tedesco; in Bulgaria parteciparono attivamente alla lotta partigiana e all’insurrezione del 1944 contro il governo fascista. In Albania molti si unirono alle bande partigiane che agivano nel territorio, come pure in Polonia, dove si ricorda la partecipazione alla lotta antinazista della poetessa zingara Bronislava Wais detta Papus (Bambola). In Slovacchia molti Zingari entrarono nelle organizzazioni partigiane: il comandante Tomas Farkas svolse un ruolo di primo piano durante l’insurrezione nazionale dell’estate del 1944, bloccando con i suoi zingari il contrattacco tedesco a Banska Bystrica.
Il comandante partigiano Armand Stenegry (decorato per i suoi atti di valore) con un reparto di gitani coadiuvò gli sforzi dei maquis in Francia prima dello sbarco in Normandia nel 1944. Pure i fratelli Beaumarie aiutarono i maquis e uno di loro fu catturato e impiccato.
Anche in Italia, dopo l’8 settembre 1943, alcuni giovani si unirono ai partigiani, che nella loro lingua chiamavano “ciriklé” (uccelli, passeri) in quanto costretti alla macchia, partecipando alla lotta di liberazione contro i fascisti, molto realisticamente definiti “Kas tengeri”, ossia quelli del manganello.
Di alcuni di loro conosciamo i nomi e le imprese: l’istriano Giuseppe Levakovich detto Tzigari, che militò nella brigata “Osoppo” agli ordini del comandante Lupo; il piemontese Amilcare Debar, che fu staffetta partigiana nei dintorni di Cuneo col nome di battaglia di Corsaro Nero, catturato, sfuggì alla fucilazione per la sua giovane età; Rubino Bonora che combatté in Friuli nella divisione Nannetti; Walter Catter, eroe partigiano, impiccato a Vicenza l’11 novembre 1944 e suo cugino Giuseppe morto in combattimento a 20 anni in una azione di guerra sulle montagne della Liguria presso Lovegno e decorato al valor militare.
Tra i sopravvissuti ai lager nazisti soltanto alcuni hanno voluto, dopo la guerra, e spesso dopo un certo tempo, raccontare. Tra questi, pochi disponevano degli strumenti per poterlo fare. Altri non li avevano: per raccontare il freddo, la fame, la paura e la morte ci vogliono parole e scrittura, oltre a qualcuno che ascolti. Rom e sinti hanno faticato a rievocare quelle atrocità, temendo ancor più di non essere creduti, visto il pregiudizio che pesa sulla loro attendibilità. Va considerato anche che Rom e Sinti non hanno memorie scritte: la narrazione del loro “divoramento” è stata affidata alla tradizione orale, il loro dolore si esprime attraverso il canto e la musica.
Barbara Richter, deportata ad Auschwitz, Paprika Galiut, evasa da un lager, Max Friedrich, Elisabeth Guttenberger, PauI Morgenstern, Hillie Weiss, Waldemar Schroeder, Oskar Rose, sono solo alcuni dei nomi di coloro che dopo la guerra hanno scritto la loro testimonianza.
La sciagura dei Rom non ebbe mai il giusto riconoscimento; nei vari processi contro i nazisti responsabili di crimini contro l’umanità, primo tra tutti quello di Norimberga, mai nessuno si preoccupò di sentire la testimonianza di uno zingaro e anche dopo la guerra – in una situazione che perdura ancora oggi – i rom sono rimasti una popolazione “scomoda” e poco integrata nelle società europee; tuttora godono di scarsissima considerazione sociale per il loro stile di vita.

La creazione del campo nasce dal progetto della società chimica tedesca IG Farben per costruire un grande impianto per la produzione di gomma sintetica e combustibili liquidi. Il campo doveva essere situato in Slesia, fuori dalla portata dei bombardieri alleati. La zona scelta fu quella dei terreni pianeggianti tra la parte orientale di Oświęcim e villaggi di Dwory e Monowice, per le buone condizioni di accesso alle vie di trasporto, fornitura di acqua e disponibilità di materiale come: carbone proveniente dalle miniere di Libiąż, Jawiszowice e Jaworzno, pietra calcarea di Krzeszowicee, sale di Wieliczka. Tuttavia, la ragione principale per la costruzione del complesso industriale in quella posizione era l’accesso immediato alla forza lavoro degli schiavi dai vicini campi di Auschwitz.
La IG Farben raggiunse un accordo con i nazisti tra febbraio e aprile 1941. La compagnia acquistò la terra dal tesoro a un prezzo basso, dopo che era stata sequestrata ai proprietari polacchi senza compenso e le loro case furono liberate e demolite. Nel frattempo, le autorità tedesche rimuovevano gli ebrei dalle loro case a Oświęcim e li collocavano a Sosnowiec o Chrzanów e vendevano le loro case alla IG Farben come alloggi per impiegati della società portati dalla Germania.
I funzionari della IG Farben stipularono una tariffa, con le autorità SS, da pagare per ogni prigioniero inviato: 3-4 Reichsmark al giorno per i lavoratori ausiliari, 6 RM per quelli qualificati e 1,5 RM per i bambini.
I camion iniziarono a portare i primi prigionieri a lavorare nel cantiere della fabbrica a metà aprile 1941. All’inizio i lavoratori prigionieri dovevano camminare a piedi dal campo di Auschwitz per 6-7 km e altrettanti al ritorno. Alla fine di luglio, gli operai, che già erano oltre un migliaio, iniziarono a prendere il treno per la stazione di Dwory. Il loro lavoro consisteva nel livellare il terreno, scavare fossati di drenaggio, posare cavi e costruire strade. Il 21 luglio 1942, un’epidemia di tifo nel campo principale e a Birkenau fermò i viaggi di lavoro. Preoccupata per questa ed altre future perdite della manovalanza, la IG Farben decise di trasformare il vicino campo di baracche in costruzione a Monowice per i civili e le SS in un nuovo campo di concentramento solo per prigionieri, in modo di avere il lavoro nell’immediato ed evitare il rischio di future epidemie. I primi prigionieri arrivarono il 26 ottobre e all’inizio di novembre erano circa duemila.
La popolazione del campo di lavoro crebbe da 3.500 nel dicembre 1942 a oltre 6.000 entro la prima metà del 1943. Nel luglio del 1944 era di oltre 11.000, la maggior parte ebrei.
La Buna fu un colossale affare delle SS che, però, costò migliaia di morti (oltre 10.000). Vi transitarono circa 35.000 internati, tra cui Primo Levi, Elie Wiesel e la futura senatrice a vita della Repubblica italiana Liliana Segre.
Il numero delle vittime del campo di Monowice non può essere attribuito unicamente alle difficili condizioni di vita tipiche di quasi tutti i campi del complesso di Auschwitz. Sebbene le baracche fossero sovraffollate come quelle di Birkenau, quelle di Monowice avevano almeno finestre e venivano riscaldate in inverno. Una ulteriore porzione di zuppa acquosa – la cosiddetta “Buna-Suppe” – serviva come supplemento, per quanto minimo, alle insufficienti razioni di cibo. La ragione principale dell’elevato tasso di mortalità tra i detenuti fu la smania da parte della direzione della fabbrica di mantenere un alto ritmo di lavoro. I capisquadra chiedevano costantemente che i Kapo e gli uomini delle SS aumentassero la produttività dei prigionieri, picchiandoli.
Il fatto che i prigionieri lavorassero più lentamente rispetto alla media dei lavoratori tedeschi, nonostante le percosse, era fonte di irritazione per la direzione della fabbrica. Ciò portò a ripetute richieste alle autorità del campo per un numero maggiore di SS per sorvegliare i prigionieri. Nemmeno queste misure riuscirono a dare risultati tangibili, allora i funzionari della IG Farben introdussero un “sistema rudimentale di cottimo” e uno schema motivazionale che includeva il diritto di indossare orologi, capelli più lunghi e il pagamento con buoni del campo che potevano essere usati per sigarette e altri oggetti di basso valore. Tuttavia, senza ottenere alcun effetto sulla produttività dei prigionieri straziati e affamati.
Gli alleati bombardarono le fabbriche della IG Farben a Monowitz quattro volte, tutte durante l’ultimo anno di guerra. Il primo raid fu condotto il 20 agosto 1944, con 127 bombardieri partiti da Foggia. Colpirono ancora Il 13 settembre e il 18 dicembre 1944. Il quarto e ultimo attacco fu il 26 dicembre 1944.
Il 18 gennaio 1945, tutti i prigionieri di Monowitz che i nazisti ritenevano in grado di camminare furono evacuati dal campo e spediti in una marcia della morte a Gleiwitz (Gliwice), un sottocampo vicino al confine ceco.
A partire dalla metà di febbraio 1945, l’Armata Rossa spedì molte attrezzature e macchinari dalla fabbrica di Buna Werke alla Siberia occidentale usando gli specialisti tedeschi catturati. Tuttavia, alcuni edifici originali sono rimasti e l’industria chimica è stata qui ricostruita dopo la guerra. Sul sito della ex fabbrica ci sono le due società polacche: Chemoservis-Dwory SA, che produce strutture metalliche per l’edilizia e Synthos Dwory Spa che produce gomme sintetiche, lattice, polistirolo e altri prodotti chimici. Entrambi hanno sede a Oświęcim. A differenza del complesso di Buna Werke, non ci sono più strutture o resti visibili del campo di Monowitz.
Il monumento migliore e i frammenti più limpidi di Monowitz si trovano nelle pagine di Primo Levi.
Il chimico Primo Levi, con lo sguardo dello scienziato e della cultura umanista, sosteneva che i Lager hanno rappresentato un gigantesco e drammatico esperimento antropologico, Levi diceva “biologico e sociale”, cioè qualcosa che ha a che fare con la natura morale degli esseri umani e delle loro istituzioni culturali. Si rinchiudano tra il filo spinato migliaia di individui diversi per età, condizione, origine, lingua, cultura e costumi, e siano quivi sottoposti a un regime di vita costante, controllabile, identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni: è quanto di più rigoroso uno sperimentatore avrebbe potuto impostare per stabilire che cosa sia essenziale e che cosa acquisito nel comportamento dell’animale uomo di fronte alla lotta per la vita.
L’animale-uomo, definito così dallo stesso Levi, si rivela un essere solitario che, dopo aver abbandonato la fede e i precetti morali, si vede oppresso dal peso della legge del più forte, o meglio il più temuto “[…] E chi è temuto è, ipso facto, un candidato per sopravvivere”. Ogni individuo appartiene ad una categoria ben definita: quella dei sommersi o quella dei salvati.
Ogni uomo pur di sopravvivere è dovuto venir meno ai propri principi etico-morali, vedendosi sottratto giorno dopo giorno un qualcosa che faceva di lui un uomo, portandolo lentamente a perdere anche se stesso. Questa è la più grande privazione alla quale si può essere sottoposti, perdere se stessi e finire col diventare quasi un essere inanimato e innaturale che scompare o vive meccanicamente solo per fare la guardia ad una scodella e non farsi rubare le scarpe. Si perde la facoltà di pensare e riflettere razionalmente, fino a fare delle piccolezze di ogni giorno, lotte continue dove non c’è spazio per la compassione e per la benevolenza e la legge principale è “mangia il tuo pane e se puoi anche quello del tuo vicino”.

Buna
Piedi piagati e terra maledetta,
Lunga la schiera nei grigi mattini.
Fuma la Buna dai mille camini,
Un giorno come ogni giorno ci aspetta.
Terribili nell’alba le sirene:
«Voi moltitudine dai visi spenti,
Sull’orrore monotono del fango
È nato un altro giorno di dolore».

Compagno stanco ti vedo nel cuore,
Ti leggo gli occhi compagno dolente.
Hai dentro il petto freddo fame niente
Hai rotto dentro l’ultimo valore.
Compagno grigio fosti un uomo forte,
Una donna ti camminava al fianco.
Compagno vuoto che non hai più nome,
Uomo deserto che non hai più pianto,
Così povero che non hai più male,
Così stanco che non hai più spavento,
Uomo spento che fosti un uomo forte:
Se ancora ci trovassimo davanti
Lassù nel dolce mondo sotto il sole,
Con quale viso ci staremmo a fronte?

28 dicembre 1945.
Primo Levi da “Ad ora incerta”

Il processo di Norimberga è il più importante processo effettuato contro criminali di guerra nazisti, completamento di un cammino giurisprudenziale comune degli Alleati per la costituzione di un diritto penale per i crimini compiuti dal nazismo su base ideologica. Nella dichiarazione di Saint James del 13 gennaio 1942, sottoscritta dai rappresentanti dei governi legali o legittimi rifugiati a Londra, si affermava che tra i principali obiettivi della guerra vi era: “la punizione con mezzi legali dei responsabili dei crimini sia che li avessero ordinati sia che li avessero commessi”. Si evidenziava, quindi, il principio che la condanna dei crimini, condotta legalmente e non con vendette, doveva riguardare non solo gli esecutori, ma anche l’apparato burocratico. Così, venne istituzionalizzata la visione della vita umana come bene supremo da tutelare anche di fronte alla libertà di legislazione degli Stati sovrani. L’art. 6 dello Statuto del Tribunale stabiliva la competenza per 3 tipologie di crimini: contro la pace (la preparazione di guerre d’aggressione); di guerra (violazioni di norme e usi bellici); contro l’umanità (definiti dallo Statuto all’art. 36 c come:“l’assassinio, lo sterminio, la riduzione in schiavitù la deportazione e ogni atto disumano commesso contro popolazioni civili durante la guerra o prima, nonché le persecuzioni per motivi politici, razziali o religiosi quando queste costituiscono o no violazione delle leggi interne dello Stato nel quale sono compiute, siano state seguite da crimini che rientrano nella competenza del tribunale o in connessione con essi”).
La scelta di Norimberga fu simbolica, poiché era la capitale spirituale dei Reich, sede delle parate organizzate dal partito nazionalsocialista, della pronuncia delle leggi razziali (1935) e della condanna emessa da parte del Tribunale del popolo nazista nei confronti dei congiurati dell’attentato a Hitler del 20 luglio (1944).
Le sessioni del tribunale si svolsero dal 18 ottobre 1945 al 1 ottobre 1946, con 403 udienze pubbliche, nelle quali l’accusa presentò 2.630 documenti, la difesa 2.700, vennero ascoltate 240 deposizioni e 300.000 dichiarazioni vennero rilasciate sotto giuramento. I procedimenti contro criminali nazisti furono dodici: nel primo, il più famoso, furono imputati i maggiori responsabili di crimini di guerra, negli altri undici dei “responsabili minori”.
Nel primo processo, gli imputati furono ventuno, sottoposti a quattro capi d’imputazione: crimini contro la pace, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e cospirazione per commettere tali crimini.
Il principale accusato era Hermann Goering, secondo di Hitler, comandante in capo della Lutwaffe e ritenuto il più alto organizzatore della “soluzione finale della questione ebraica” (condannato a morte, si suicidò il giorno stesso in cui doveva essere eseguita la sentenza). Furono poi processati uomini di spicco del partito (Hess, Ley, Streitcher), ministri (Schacht, Funk, Frick, Ribbentrop e von Papen), alti funzionari della burocrazia centrale (Kaltenbrunner, Fritzsche), responsabili di ambiti quali gli armamenti e i trasferimenti dei deportati (Speer, Sauckel), alti gradi militari (Keiter, Jodl, Raeder, Doenitz), e cinque capi di territori annessi o occupati, che erano stati teatro, come nel caso di Polonia e Territori dell’Est, di enormi deportazioni (von Schirach, von Neurath, Frank, Rosenberg, Seyss-Inquart).
La maggior parte degli imputati erano pesantemente implicati nello sterminio degli ebrei. Gli accusati dichiararono di non essere a conoscenza dei fatti: la principale argomentazione della difesa fu incentrata sull’essere semplici rotelle di un ingranaggio. Tutti gli accusati si trincerarono dietro la stessa scusa: avevano ubbidito a degli ordini, e colui che impartiva gli ordini era Hitler. Ma contro di essi c’era una enorme quantità di prove. Degli imputati al primo processo di Norimberga, undici furono condannati a morte, sette a pene detentive o ad ergastolo, gli altri furono liberati. Gli altri accusati nei processi successivi furono scelti in base all’appartenenza a organismi quali le SS, la Gestapo, le SD (l’apparato di sicurezza nazista), ufficiali di stato maggiore e di polizia e altri organismi, enti o categorie (tra i più noti di questa serie di processi al nazismo, quello intentato contro i medici responsabili di atrocità nei campi di sterminio) considerati autori o corresponsabili di crimini di guerra. Erano un totale di 185 persone; di queste, 97 furono condannate a pene detentive, 20 all’ergastolo e 25 alla pena di morte per crimini contro l’umanità.
Il processo di Norimberga costituì un modello per il futuro. Il tribunale raccolse una enorme quantità di documentazione sul regime nazista, smontando la principale tesi difensiva, cioè che gli imputati avessero agito obbedendo a ordini superiori. Nel processo di Norimberga veniva processata per la prima volta un’intera classe politica. Il lavoro svolto dal tribunale contribuì a definire chiaramente il concetto di crimini contro l’umanità e alimentò lo sviluppo della legislazione internazionale sui diritti dell’uomo, che diede luogo nel 1948 alla Dichiarazione universale dei diritti umani adottata in quell’anno dall’assemblea generale delle Nazioni Unite.
Il processo di Norimberga fu comunque solo il primo di una lunga serie di processi contro i criminali di guerra nazisti, effettuati in diversi Stati che avevano subito l’occupazione nazista (oltre che nella stessa Germania), contro politici, burocrati, funzionari dello stato, diversi gradi della macchina militare tedesca e affiliati e simpatizzanti nazisti di varie categorie che si erano macchiati o furono ritenuti corresponsabili di crimini e atrocità durante il conflitto. Tali processi si svolsero negli anni e decenni successivi la fine della guerra e fino agli anni ’90; in questi tribunali, in linea di massima, sono state applicate le singole legislazioni degli stati – aderenti alle convenzioni internazionali sui diritti umani – che hanno effettuato i processi.
Il processo di Norimberga rimane il simbolo dei processi contro le atrocità commesse dal nazismo; uno dei suoi più grandi risultati fu l’introduzione nel diritto internazionale del concetto di responsabilità individuale, questi processi hanno messo in chiaro che nessuno può nascondersi dietro l’argomento difensivo degli ordini provenienti dall’alto, né quello dei diritti assoluti di uno stato sovrano.

Approfondimenti sulla visita ai campi

VISITA VIRTUALE AI CAMPI DI AUSCHWITZ E BIRKENAU

PERCORSO DELLA VISITA AL CAMPO DI AUSCHWITZ

PERCORSO DELLA VISITA AL CAMPO DI BIRKENAU

BIBLIOGRAFIA

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